Maria Paiato legge "Una e una notte" per le "Direzioni del Racconto"

Oltre ad aver vinto come migliore attrice italiana gli Olimpici del Teatro, la Maschera d’oro, il Duse e due Ubu, Maria Paiato ha conquistato nel 2001 il premio intitolato ad Ennio Flaiano. E al più sagace e ironico dei critici teatrali, cui Fellini commissionò soggetto e sceneggiatura della «Dolce Vita» e di «8 e ½», l’artista veneta dedica la lettura di «Una e una notte». L’appuntamento è in programma giovedì 10 novembre (ore 21), in Vallisa, per «Le direzioni del racconto», la rassegna organizzata dalla Compagnia Diaghilev in collaborazione con l’Assessorato alle Culture del Comune di Bari e il sostegno della Regione Puglia (biglietti 10 euro, info e prenotazioni 3331260425).
Straordinaria interprete in teatro per Ronconi, Bolognini, Sepe e Scaparro e sul set per Francesca Archibugi («Lezioni di volo»), Cristina Comencini («Lo spazio bianco»), Luca Guadagnino («Io sono l’amore»), Silvio Soldini («Il comandante e la cicogna») e Carlo Mazzacurati («La passione» e «La sedia della felicità»), Maria Paiato si confronta in Vallisa con due racconti che sono le facce della stessa medaglia, come lo stesso Flaiano definì «Una e una notte», i cui protagonisti appaiono come il diritto e il rovescio di un unico «Io» disperso, scettico e malinconico.
Cronista-praticante svogliato e velleitario, scrittore inedito affetto da una vera ripugnanza per la pagina bianca, seduttore disastrosamente maldestro che solo la «tacita e canina ammirazione» della squillo Botton Zelinda in arte Dory Nelson rasserena, Graziano viene attirato da un’aliena docile e impassibile su un’astronave approdata a Fiumicino. Astronave quanto mai domestica, simile a un «padiglione da fiera» o a uno «spremilimoni di vetro» - perché nell’esistenza di un «vitellone» come Graziano lo straordinario non può che mutarsi in ordinario, l’avventura in disavventura, e il catulliano Nox est perpetua in «un ideale di scultorea pigrizia». 
Scontentezza e noia irrequieta segnano invece Adriano, scrittore cui tutto appare ormai «senza peso, evitabile, noioso» e che da Roma ci conduce al santuario dove un amico regista sta girando gli esterni di un film (è il Fellini delle «Notti di Cabiria»), nella solitudine del litorale dove più si percepisce «la calma, la profonda voluttà del tempo», nell’agro dove l’immobilità dei secoli è ormai contaminata dalla sciatteria e dalla bruttezza - nel vano tentativo di scrutare da naturalista «una vita che ha le sue miserie ma anche un segreto che si apre solo a chi vi partecipa fino in fondo».

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