Paolo De Vita e Mimmo Mancini a Bitonto raccontano la 'Questione meridionale in “Non chiamateli Briganti”

Sabato 12 e domenica 13 gennaio debutta a Bitonto, nella splendida cornice del Teatro Comunale Tommaso Traetta, “Non chiamateli Briganti”, una commedia intensa e al tempo stesso brillante scritta ed interpretata da due attori baresi molto noti e apprezzati dalla critica nazionale, Paolo De Vita e Mimmo Mancini. Lo spettacolo, diretto da Marcello Cotugno, è prodotto dal Comune di Bitonto con il sostegno del Teatro Pubblico Pugliese e rientra nel cartellone del Teatro Traetta. La produzione esecutiva è invece affidata a “La compagnia del Sole” di Bari.
I nomi e i volti di Paolo De Vita e Mimmo Mancini sono inevitabilmente legati a due grandi successi cinematografici “made in Puglia”. Mancini, bitontino di 59 anni, da anni ormai residente a Roma, è “Nino Carrarmato” nel celebre “Lacapagira” di Alessandro Piva. De Vita, barese di 61 anni, è invece il “Maresciallo Capobianco” in “Che bella giornata” di Checco Zalone e Gennaro Nunziante. Ma sono solo i due film più famosi, perché nei loro curriculum c’è di tutto. Paolo De Vita ha lavorato con Marco Tullio Giordana ne “La meglio gioventù”, con Nanni Moretti ne “Il caimano”, con Woody Allen in “To Rome with love” e recentemente con Antonio Morabito in “Rimetti a noi i nostri debiti”. Anche lui ha lavorato con Piva, ma in teatro, recitando ne “L’aria amara”, e poi, per citare un altro grande nome, con Lina Wertmuller ne “La vedova scaltra”. In tv recentemente ha partecipato a “Renata Fonte” e a “Il vicequestore Schiavone”. Anche Mimmo Mancini ha recitato ne “Il caimano” di Moretti e recentemente a “Loro chi” di Francesco Miccichè e Fabio Bonifaci e a “Gli uomini d’oro” di Vincenzo Alfieri. Ha anche firmato soggetto e sceneggiatura di un lungometraggio, “Ameluk”, e di diversi cortometraggi. Lunghissimo l’elenco di serie tv e telefilm: solo per citarne qualcuno degli ultimi, “Aldo Moro il professore”, “Maxxi - Il maxi processo alla mafia”, “Renata Fonte” e “Squadra Antimafia”. In teatro l’ultimo spettacolo è stato “La guerra dei grandi” per la regia di Claudia Lerro.
Insieme Paolo De Vita e Mimmo Mancini hanno fatto diverse cose. La più recente, nel 2016, è un’altra commedia brillante scritta ed interpretata da loro e diretta da Gisella Gobbi, “Se la legge non ammette ignoranza, l’ignoranza non ammette la legge”.
In “Non chiamateli briganti” Paolo e Mimmo sono due fratelli pugliesi, Carlo e Cosimo Capitoni, uno contadino, l’altro pastore. La storia si svolge nelle campagne tra la Puglia e la Campania tra il 1859 e il 1863. Poco prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, dopo essere stati accusati ingiustamente di un furto di pecore dal mezzano Pasquale Volturno, i fratelli Capitoni sono costretti a darsi alla macchia. Briganti per forza e non per vocazione, si trovano così ad attraversare un repentino e doloroso cambiamento che non segna solo la loro esistenza, ma investe, parallelamente, l’identità e la storia del nostro paese. In una serie di eventi tragicomici, i due personaggi si trasformeranno da briganti improvvisati a garibaldini inconsapevoli, subiranno un processo per la battaglia del Volturno e verranno condannati alla fucilazione dall’esercito borbonico. Saranno fortunosamente liberati dai garibaldini durante l’assedio di Gaeta per poi perdere le rispettive tracce proprio a seguito di quella battaglia. Una volta separati, l’uno finirà con scegliere (questa volta coscientemente) di proseguire sulla strada del brigantaggio, l’altro deciderà di asservirsi al nuovo Regno Sabaudo. Alla fine anche i due protagonisti, così come l’Italia, si ritroveranno uniti, ma più per convenienza che per slancio patriottico.
“Non chiamateli briganti”, spiegano i due protagonisti, “racconta con ironia e disincanto quella attitudine al trasformismo politico, ideologico e sociale che da sempre contraddistingue il popolo italiano. Non guardiamo alla storia in una prospettiva ingenuamente giudicante, né tantomeno vogliamo azzardare letture univoche sulla questione meridionale, ma tentiamo, piuttosto, di proporre un’inusuale fotografia su contraddizioni e fratture di una nazione ai suoi albori, sollecitando nel pubblico riflessioni e confronti. Il teatro, d’altra parte, è il territorio del simbolo: lo spettacolo, dunque, porta sulla scena delle maschere, ma prova, attraverso di esse, a divertire rivelando. Per aprire la strada a una lettura critica dell’epica nazionale, per mettere in dubbio un’interpretazione manichea della storia, per intaccare le nostre certezze”.
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