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Ospedale in Fiera, l'infermere in prima linea nella struttura: "I primi 14 posti sono occupati, in arrivo altri 28 pazienti"

Francesco Micoli, 46enne di Martina Franca, è referente infermieristico della rianimazione De Blasi del Policlinico: "Eravamo in apprensione per il primo trasferimento, sta andando tutto per il meglio"

“I primi 14 posti letto sono stati già riempiti, ora tocca ad altri 28 pazienti dall’Utir di pneumologia, poi a seguire quelli di nefrodialisi”.

Francesco Micoli, 46enne di Martina Franca, infermiere, referente infermieristico della rianimazione De Blasi del Policlinico di Bari, fa parte del personale che da lunedì 15 marzo è impegnato nell’ospedale Covid attivato alla Fiera del Levante. Il suo è un racconto che arriva dall’interno della nuova struttura realizzata da Regione Puglia e Protezione civile, al centro di numerose polemiche le scorse settimane e di un’inchiesta della procura, per i costi lievitati, i tempi di attivazione e l’opportunità di realizzarlo all’interno degli spazi della campionaria. Polemiche in parte sopite dalla terza ondata di contagi, dalla necessità di avere posti letto e macchinari a disposizione e dai primi ricoveri nella struttura: la persona più giovane ha 55 anni.

Dopo tante polemiche e tanto lavoro, com’è stato accogliere il primo paziente, un signore di 60 anni di Bari?

“Eravamo in apprensione per il trasferimento, avevamo fatto le simulazioni, ma la realtà sappiamo che è diversa. Ce lo siamo coccolati, lo abbiamo tutti accolto con particolare emozione. Non abbiamo del resto altre esperienze in strutture del genere, e sentivamo forte la responsabilità avendo sposato appieno il progetto della nuova struttura. Per fortuna si tratta di una persona non intubata, in grado di comunicare con noi e con i parenti. Che presto potrà abbandonare il reparto di rianimazione e iniziare il percorso di riabilitazione. Abbiamo sentito anche i suoi familiari e quelli degli altri arrivati, siamo tutti contenti del livello dell'ospedale”.

Sono stati occupati quindi tutti i 14 posti attivati.

“Sì, ed è andata bene, anche se dal punto di vista clinico non è certo una buona notizia, lo è più dal punto di vista organizzativo. Ma posso dire che la macchina sta funzionando molto bene ed è un orgoglio anche per noi che abbiamo lavorato e collaborato con la direzione sanitaria e strategia del Policlinico affinché potesse partire il nuovo spedale”.

In quanti state lavorando per ora?

“Otto infermieri per turno più il resto del personale medico e socio sanitario. Ma è un numero destinato a crescere con i nuovi arrivi e le assunzioni in programma. Portiamo avanti il reparto, anche con un occhio di riguardo alla rianimazione del Policlinico, che stiamo decongestionando. Non a caso stiamo facendo orari che vanno ben oltre quelli previsti ma non fa niente, siamo qui dalle 7 del mattino e sappiamo che è il momento di dare tutto ciò che abbiamo. Per il resto siamo sempre dell’idea che tutto sia migliorabile”.

Quali sono i vantaggi di avere a disposizione questa nuova struttura?

“È sicuramente utile per decongestionare il Policlinico avere più posti letto ed è utile anche avere i pazienti tutti concentrati qui e assisterli a 360 gradi in un ospedale tecnologicamente avanzato, concepito in modo differente rispetto a una struttura convenzionale”

Quali sono le difficoltà maggiori che state incontrando in questa fase?

“La cosa più pesante è quando un paziente è cosciente ed è difficile comunicare con i parenti. Noi ci adoperiamo perché ci siano le videochiamata, le telefonate, ma sappiamo che la distanza fisica è complicata da affrontare, oltre a infermieri e medici siamo genitori, mariti, mogli, figli. Cerchiamo di immedesimarci in persone sofferenti che si affidano alle mani di estranei, una condizione che spaventa tanto i pazienti e anche i parenti con i quali è difficile comunicare. Siamo l’anello di unione tra il malato e le sue persone care”.

Qual è invece l’aspetto che più vi gratifica?

“Ogni paziente che riesce a uscire sano e salvo dai nostri reparti è una grande soddisfazione, qui abbiamo tutte persone dal quadro clinico complicato. È positivo anche il clima che si è creato all’interno della struttura, siamo qui tutti uniti con un unico scopo curare persone in una maxi emergenza. Ogni paziente appartiene a tutti e questo ci fa dimenticare la stanchezza e le sofferenze”

A proposito di stanchezza, in questa situazione quando riesce a stare con la sua famiglia?

“Poco, anzi, quasi per nulla. Ho moglie e due figli, di 13 e 14 anni, Angelo e Josephine. Attacco alle 7 del mattino e stacco dopo le 9 della sera. In questo periodo non li sto vedendo granché per portare avanti il nuovo ospedale, dormono quando arrivo e quando riparto ma hanno un’età in cui capiscono bene quale sia il sacrifico del padre, comprendono e sopportano ciò che stiamo facendo per il bene di tutti”.

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