Domenica, 19 Settembre 2021
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Trent'anni della Vlora, Giuseppe Dalfino: "Cossiga diede del cretino a mio padre ma il suo Sono persone è divenuto Siamo"

Il 57enne oggi avvocato ripercorre la vicenda che travolse il papà Enrico sindaco di Bari in quegli anni, quando cerò di porre un'argine alle intenzioni di respingimento del governo in favore dell'accoglienza dei profughi arrivati da Durazzo

Giuseppe Dalfino quell’8 agosto del ’91 aveva 27 anni ed era in viaggio in Venezuela. La notizia dello sbarco dei 20 mila della nave Vlora la lesse sui giornali italiani arrivati a Carabobo con la foto in prima pagina scattata da Lorenzo Turi. Suo padre, Enrico, il sindaco di Bari dell’epoca, scomparso tre anni dopo, era lì sulla banchina del porto ad accogliere i cittadini albanesi partiti da Durazzo e in cerca della loro terra promessa. In quell’occasione pronunciò la frase che ha fatto la storia ed è diventata corpo di un’opera d’arte, quella di Jasmine Pignatelli: “Sono persone”. Un’espressione che Dalfino, docente universitario proveniente nell’azione cattolica e dalla Dc, utilizzò per indicare la strada da intraprendere, quella dell’accoglienza. Un pensiero presente nel quartiere di San Girolamo da due anni, con quell'opera, ora inaugurata sull’altra sponda dell’Adriatico, a Durazzo.

È stato presente all’inaugurazione dell’opera a Durazzo tra gli invitati d’onore in nome di suo padre, ci racconti l’emozione a 30 anni di distanza. Enrico Dalfino-3

“Sono stati momenti straordinari, che sanciscono l’unione tra i due popoli e trasformano quella frase di mio padre in Siamo persone. Tutti. Forse solo in questi ultimi anni ci stiamo rendendo conto della portata storica di quell’evento. La foto scattata da Turi all’epoca è entrata di diritto tra quelle che fanno parte del patrimonio dell’umanità, come la bambina nuda per le strade del Vietnam durante la guerra. C’è un’altra frase di mio padre che la giornalista Fortunata Dell’Orzo riuscì a cogliere in quei momenti e che restituisce la portata dell’evento”.

Quale? 

“A tutti quelli che gli chiedevano in quel momento se non stesse vivendo un momento epocale, lui rispose: “La storia sono loro”, indicando quei corpi provati dal viaggio stipati su una nave sotto il sole di agosto”.

L’apertura di suo padre non fu affatto condivisa dal governo.

“Il governo in quel momento non era pronto per affrontare una novità simile e per l’accoglienza, così reagì tutelando se stesso”.

Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, usò parole scortesi nei suoi confronti.

“Gli diede del cretino e disse che in sostanza Bari doveva vergognarsi di avere un sindaco del genere, dichiarando che avrebbe attivato un procedimento per sospenderlo, per condotta ostativa. Lui provò invece a trovare una soluzione di equilibrio, un compromesso, entrò nello stadio della Vittoria dove furono rinchiusi i cittadini albanesi, si accertò che ci fosse assistenza adeguata a donne, mamme che dovevano allattare e bambini. Quella condizione durata dieci giorni incattivì molti, rovinò il clima che c’era attorno”.

Si riferisce al trattamento che subirono quelle persone sotto il sole, con servizi igienici scarsi e cibo e acqua lanciati nella massa?

“Sì, e anche al trattamento ostile delle forze di polizia, che però comprendo, perché rispondevano a degli ordini, quelli di rinchiudere di fatto in una condizione di prigionia 20mila persone che a quel punto temevano il rimpatrio e dovevano sgomitare per un pezzo di pane. Quella condizione favorì la sparuta frangia di prepotenti e delinquenti, che agirono con atteggiamenti anche violenti”.

Lei come visse quei momenti a distanza?
“Ero in viaggio con un gruppo di amici, alcuni divenuti noti magistrati, le comunicazioni all’epoca erano difficoltose, non certo disponibili come oggi. Lui fu travolto da una vicenda straordinaria ma noi, conoscendolo, potevamo solo presumere che lui si fosse comportato nella stessa maniera in cui si comportò effettivamente, a un evento eccezionale rispose eccezionalmente, come è giusto che fosse”.

 Suo padre affermò il principio dell’accoglienza andando incontro a enormi difficoltà

“Fece seguito a una norma statutaria del Comune approvata  a luglio, appena 15 giorni prima. Afferma tuttora come Bari sia una comunità aperta che recupera consuetudini risalenti a Sparano e Andrea da Bari, che prevedevano addirittura un’immunità per gli stranieri. Chi entrava in città e ne rispettava le leggi diventava cittadino di Bari”.

Quell’esperienza rivive ora in questi giorni e nell’opera di Pignatelli. Come l’avrebbe vista oggi suo padre?

“Credo che sarebbe stato felice della rilettura che si sta dando in questi anni a quel momento storico. E felice dei tantissimi albanesi oggi parte integrante e attiva, fatta da professionisti, imprenditori e lavoratori, della nostra società. Quel suo 'Sono persone' rivive tra quella gente arrivata smunta e trasandata, ora divenuta esempio di chi ce la può fare. I suoi amici e i miei familiari all’epoca si adoperarono per fornire loro cibo e indumenti. Sono gli stessi che si sono mobilitati per realizzare l’opera di Pignatelli a Durazzo. Tutto questo conforta appieno il suo pensiero e le sue parole”.

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