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Mercoledì, 18 Maggio 2022
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Bosch, i lavoratori incrociano le braccia contro i 700 esuberi: "La vediamo nera, il governo deve intervenire"

Presidio degli operai davanti ai cancelli della fabbrica in attesa di una convocazione da parte del ministero dello Sviluppo economico. La solidarietà del sindaco Decaro e del vice Di Sciascio

Sciopero riuscito. I lavoratori della Bosch hanno incrociato le braccia venerdì 25 febbraio rimanendo fuori dai cancelli dove sono rimasti in presidio. Le adesioni, fanno sapere le Segreterie, hanno raggiunto il 90%. Un’iniziativa considerata necessaria dopo l’ufficializzazione dei 700 esuberi per i prossimi cinque anni annunciati dalla multinazionale tedesca che a Bari lavora per realizzare per lo più motori diesel, oltre che per gli elettrici delle e-bike. Una mobilitazione che proseguirà per indurre l’azienda e il governo a trovare una soluzione con investimenti sulle nuove trazioni elettriche, che dal 2035 sostituiranno del tutto quelle dei motori endotermici, secondo le norme della transizione verde dell’Unione europea. Soluzione al momento lontana, vista la mancanza di un piano industriale sul sito barese, il secondo per grandezza e importanza della Puglia, con i suoi 1.700 addetti.

Al presidio hanno voluto mostrare la loro solidarietà nei confronti degli operai il sindaco Antonio Decaro e l’assessore comunale all’Innovazione, nonché vicesindaco, Eugenio Di Sciascio, incontrandoli nella mattinata davanti alla fabbrica. L’attesa è quella di una convocazione da parte del ministero dello Sviluppo economico per discutere con i vertici della multinazionale tedesca. Presenti il segretario regionale Cgil, Pino Gesmundo, con la segretaria cittadina Gigia Bucci e il quello dei metalmeccanici Fiom, Ciro D’Alessio. “Abbiamo ribadito – ricordano i rappresentanti Cgil - che non saremo disponibili ad alcuna discussione sulla riduzione del personale o degli investimenti da parte di Bosch sulle attività produttive a Bari e in Puglia in un contesto che già presenta tante vertenze e crisi aziendali aperte. Occorre invece un piano industriale per il rilancio che tragga vantaggio dalle tante competenze e infrastrutture presenti sul territorio e dalle risorse disponibili. Per questo chiediamo un tavolo immediato con una discussione vera per salvaguardare i livelli occupazionali e gli investimenti di un'impresa che nel tempo ha potuto godere di tante risorse pubbliche per il proprio sviluppo”. Gesmundo è stato anche a colloquio con Decaro e DI Scascio affrontando l’argomento della riconversione del sito e di possibili proposte di collaborazione all’azienda per trovare nuove soluzioni innovative.

“L’adesione è stata pressoché totale – ha sottolineato D’Alessio – perché tutti ora si sono resi conto che in ballo c’è il futuro della fabbrica e che l’azienda non garantisce più come in passato. Siamo pronti a scioperare nuovamente prima della convocazione al ministero”. Le discussioni tra gli operai in presidio si somigliano un po’ tutte. “In 25 anni- spiega Francesco, operaio – non abbiamo mai dovuto affrontare una crisi simile. Abbiamo anzi scioperato e manifestato per spettanze, aumenti di salario, cose belle insomma, non per salvare la fabbrica. La vediamo nera”.

La pensa allo stesso modo Nicola, anche lui in fabbrica da oltre 20 anni, dal 2004 per la precisione. “Non diciamo no alla transizione energetica, ma non doveva essere imposta una data così ravvicinata. Alla fine pagheremo sempre noi operai, io ho famiglia, figli e abbiamo un solo reddito. Non vedo più un futuro”. Un futuro che anche Riccardo Falcetta, segretario Uilm, e Giuseppe Boccuzzi, segretario Cisl Bari, vedono più che incerto senza un’azione concreta da parte del governo.

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