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Gaia, cantante guarita dalla leucemia, e la Giornata contro il cancro infantile: "In ospedale ho scoperto la musica"

Il 15 febbraio diverse associazioni, tra le quali Apleti, danno vita a “Diamo radici alla speranza, piantiamo un melograno”, per i bimbi in cura al Pediatrico: "Il primo incontro fu col musicoterapista, ho sfiorato la morte, ma ho sorriso sempre e ora racconto i miei stati d'animo nelle canzoni"

“Vai avanti col sorriso e con positività nei confronti di te stesso e della gente che ti circonda”. Gaia ci mette anche il suo sorriso, splendido, nel messaggio che idealmente uno dei bambini ricoverati nel reparto di oncologia dell’ospedale pediatrico di Bari potrà cogliere come un frutto dall’albero di melograno allestito per la giornata mondiale contro il Cancro Infantile. La mattina del 15 febbraio diverse associazioni, tra le quali Apleti, parteciperanno all’iniziativa “Diamo radici alla speranza, piantiamo un melograno”, per sensibilizzare le Istituzioni e l’opinione pubblica sui tumori infantili e per esprimere sostegno a bambini e adolescenti con il cancro, ai guariti, alle famiglie, e loro caregivers. Perché quella di Gaia Mallardi, 19enne di Cassano delle Murge, studentessa di canto all’accademia musicale Mast, è una storia positiva, di chi ce l’ha fatta a vincere la malattia. E di chi ha scoperto la vocazione soul della sua voce e il sogno di una vita proprio varcando la soglia di quell’ospedale per il primo ricovero.

 “Li ho compreso la mia indole da cantante e ho iniziato a perseguire il mio sogno. Avevo 11 anni. Appena arrivata in oncoematologia pediatrica una delle prime persone che mi ha accolta è stato il musicoterapista Filippo Giordano. Da lì ho scoperto un mondo, quello della musica, e me lo sono portata a vita”.

Qual era la malattia che l’ha costretta alle cure?

“La leucemia linfoblastica acuta. È successo tutto otto anni fa, nel 2014, facevo la scuola media. Feci della analisi perché mia madre, Rossella, mi vedeva strana. Tutti dicevano che non avevo niente, ma stavo dimagrendo e lei vedendo i miei occhi, il fatto che fossi molto stanca e senza forze, ha capito che c’era qualcosa che non andava. Dopo gli accertamenti ho iniziato una terapia che è durata tre anni, con dosaggi e medicine che sono cambiate più volte, che mi procuravano infezioni e mi buttavano giù, nonostante volessi sempre vivere la mia libertà”.

Ha proseguito gli studi in ospedale?

“I primi due anni delle medie, sì, con i professori in attività nella struttura.  L’ultimo anno invece presenza, con regole che mi davano i medici. Alternavo casa e ospedale, ma per fortuna potevo dormire nella mia stanza”.

Si rendeva conto di ciò che stava affrontando?

“Ero consapevole a quell’età, ma credevo di viverla non serenamente perché la società era quella che era ed è ancora”.

Può spiegare meglio ciò che provava?

“È stato difficile immergermi in questa situazione, ci sono state persone amiche che sono uscite dalla mia vita, non sopportavano cose più grandi di loro. Ma volevo che si mettessero nei miei panni, appena finita l’infanzia e iniziata l’adolescenza. Molti compagni di classe erano premurosi con me, ma non sopportavo sentirmi la bambina malata bisognosa di attenzioni. Non ho mai sopportato la pietà, fin da bambina”.

Quali erano gli atteggiamenti che non sopportava?

“Fisicamente si vedeva che non stavo bene. Avevo gli occhi puntati addosso, anche quando cercavo il mio senso di libertà e uscivo fuori dall’ospedale è stato difficile psicologicamente. Sono riuscita a farcela anche attraverso la psicologa che lavorava in ospedale, Chiara. Mi ha aiutata molto”.

Come la musica. Ci racconti come è nata questa passione in ospedale.

“Quello con Filippo Giordano fu uno dei miei primi incontri e fu anche molto divertente. Mi aiutò a scrivere i primi inediti, a scrivere i testi come faccio ancora adesso, ai quali avvicinare la musica. Così mi sono immersa in questo mondo, a cominciare dalle canzoni che mi faceva fare lui. Anche durante degli interventi che ho dovuto fare, se pur di routine, avevo sempre le mie cuffie per ascoltare, avevo il mio mondo”.

Che genere di musica le piaceva e quali artisti?

“All’epoca andavano tanto Lady Gaga, Shakira, Rihanna. Adesso invece ascolto e canto R&b, soul. Mi piacciono molto le voci black, ma non solo quelle, perché amo sperimentare con la musica, non mi fermo solo al genere che piace a me”.

I suoi genitori l’hanno supportata in questa scelta?

“Sì, molto. Il Mast è un percorso universitario, del resto, e loro sono contenti perché vedono che ho trovato la mia strada, l’unica cosa che so fare bene”.

C’è una cantante che la ispira più delle altre?

“Sì, mi piace molto Emma Marrone”.

E la canzone che non rinuncerebbe di cantare?

“Difficile scegliere, ma se proprio devo dico Bohemian Rhapsody dei Queen”.

Se chiude gli occhi e prova a immaginare un sogno di artista cosa vede?

Volendo pensare in grande, mi vedo all’Arena di Verona a cantare le mie canzoni, con i testi composti da me. Si trovano i miei stati d’animo e la voglia di trasmettere la mia arte e il modo di pensare e agire sempre in senso positivo. La morte l’ho sfiorata, sarebbe un orrore non vivere adesso che posso. Questa è una delle cose che mi fa andare avanti maggiormente nella vita e nel mio sogno. Ed è il pensiero che vorrei lasciare su quel melograno: viversi la vita fino in fondo, non avere rimpianti e farlo col sorriso”.

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