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Un'insegnante racconta la didattica integrata: "È un disastro, le lezioni sono un delirio e perdiamo tanti ragazzi"

Rossana Mitolo ha 45 anni e da 21 insegna lettere e storia, ha tre classi al Marconi di Bari: “Si crea uno squilibrio tra chi è a casa e chi è in aula - spiega - non si riesce a star dietro agli uni e agli altri"

“La didattica mista è un disastro, spaccare le classi non funziona”. Rossana Mitolo ha 45 anni e da 20 è docente. All’istituto tecnico industriale Marconi di Bari segue tre classi alle quali insegna letteratura e storia. E il suo giudizio sulla cosiddetta Ddi (Didattica digitale integrata) che prevede parte degli alunni in classe e parte a casa è da bocciatura.

Ci spieghi il perché

“Le due formule utilizzano metodologie diverse, non compatibili. Con la didattica mista noi insegnanti perdiamo possibilità di comunicare col corpo e la gestualità, dobbiamo stare incollati al pc ma nel frattempo fare lezione ai ragazzi che sono in aula. È un delirio. Su tre classi da me seguite in una sola ci sono due ragazzi in presenza. Si fa lezione con altri 21 collegati, si immagini cosa può accadere”.

Cosa accade?

“Si crea uno squilibrio tra chi è a casa e chi è in aula. Durante la lezione ho uno schermo davanti, con la connessione non sempre ottimale. Non ci si può alzare per andare alla lavagna o comunicare se non con la voce. Si consideri che nel frattempo noi e gli alunni indossiamo la mascherina, quindi anche il labiale diventa impossibile da cogliere. Capita di spiegare e scoprire dopo un po' che alcuni non abbiano ascoltato bene da casa. Bisogna considerare che non si possono usare gli auricolari, altrimenti non sentiremmo gli alunni in classe. Ma allo stesso tempo chi è a casa ha per forza un audio disturbato, né tanto meno è utilizzabile quello del proiettore. La nostra scuola poi è tra la ferrovia e l’affaccio sul cavalcavia che porta a Japigia, con le finestre aperte arrivano i rumori di treni e auto che disturbano la lezione. Finisce che chi è in presenza è ancora più penalizzato”.

Rossana Mitolo 3-2 Come si destreggia in queste ore?

“Con le due classi che sono completamente in Dad, a distanza, preferisco lavorare da casa. Ho la fortuna di vivere a un chilometro dalla scuola, così sfrutto i dieci minuti canonici di pausa tra una video lezione e l’altra per correre in classe e tenere quella successiva con gli alunni in presenza. Ma è inevitabile che i ragazzi più fragili si perdano”.

Perché?

“Semplice, non si connettono o non accendono la videocamera. Sono ragazzi non seguiti, con famiglie che non trasmettono loro il valore della scuola. Sono i casi che a me appassionano di più come insegnante, perché so che devo dare il massimo per trovare i canali giusti per coinvolgerli. Ma a distanza diventa un’impresa velleitaria. A volte si passa metà del tempo a richiamarli, a capire se sono collegati, se hanno il libro o meno. A te compare solo l’icona, una lettera. Ovvio che così si perdano. Ci sono ragazzi del resto che ho visto forse tre volte dall’inizio dell’anno, perché da ottobre sono scattate le misure per la seconda ondata della pandemia. Non saprei neanche riconoscerli per strada e i genitori, anche se interpellati, non rispondono”.

Per quale motivo non frequentano?

“Rimangono a casa perché temono il doversi spostare con i mezzi pubblici. Non trovando altri rimedi, la mia unica soluzione è  stata ed è quella di dare l’esempio. Io ci sono sempre. Faccio vedere loro che sono puntuale, anzi, che magari anticipo di dieci minuti rispetto all’orario della lezione. Resisto, dico loro 'io ci sono', anche con i miei bimbi che urlano nelle stanze vicine, ci sono sempre. L’essere responsabile, dimostrarsi ligia al dovere e fare al meglio il mio lavoro è l’unico canale percorribile, perché parlare di letteratura o poesia così è difficile. Do loro un riferimento e alla scuola un valore”.

In presenza sarebbe stato differente?

“Hai più carte da giocare, la sfida rimane difficile ma riuscire a ottenere risultati migliori adottando le migliori strategie è possibile. Così, no”.

La didattica integrata è quindi fallimentare. Ma c’è un pregio per quella integralmente a distanza, la cosiddetta Dad?

“Ho visto sviluppare competenze digitali incredibili. Faccio l’esempio di un paio di ragazzi non brillanti nell’esposizione orale o scritta. Nonostante le loro difficoltà e debolezze hanno trovato il canale comunicativo ideale nella produzione di video. Hanno imparato a utilizzare programmi e a realizzare video tematici meravigliosi su personaggi e argomenti storici come Gandhi, Mandela, la Belle Epoque. In classe si realizzano poi micro conferenze, con modalità diversa di presentazione del Power point. Oggi c’è stata quella sulla guerra in Vietnam, ad esempio. In due classi abbiamo organizzato dibattiti a distanza, sul modello anglosassone del Debate. Si sceglie una tematica, due gruppi gareggiano esponendo le proprie tesi sull’argomento, un giudice valuta gli interventi. L'esperienza è comunque positiva”.

Meglio tutti in Dad che misti, insomma. Cosa vorrebbe dire alle istituzioni, a chi decide?

“Che sarebbe stato meglio tutti in presenza, ma in sicurezza. Tutto parte dai trasporti. Rappresentano il problema reale, andavano rafforzati e garantiti come lo screening e il vaccino per gli insegnanti. Bisognerebbe realizzare tamponi rapidi ai ragazzi per farli tornare in presenza. La didattica mista, invece, toglie agli uni e agli altri, abbassando la qualità dell’insegnamento, non facendo accendere la scintilla che possa coinvolgere i ragazzi più deboli. Per loro è uno sfacelo, mentre per noi che andiamo avanti così da un anno, provati, un dispiacere enorme”.

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