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Lunedì, 16 Maggio 2022
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Sciopero dei medici di base con 300 ambulatori chiusi in Puglia: "Cari pazienti, ecco perché manifestiamo l'1 e 2 marzo"

Eccessiva burocratizzazione del ruolo, mancato riconoscimento delle indennità per i parenti dei 400 morti per Covid in servizio alcune delle ragioni dell'astensione. Ivo Vulpi (dottore): "Le persone che curiamo sono le prime a subire situazioni paradossali e inaccettabili"

Lo sciopero dei medici di famiglia spiegato ai pazienti. È quanto fa Ivo Vulpi, dottore barese dalla lunga esperienza, attraverso una lettera aperta che con esempi e riferimenti diretti snocciola le ragioni della protesta degli iscritti ai sindacati Smi, Simet e Cgil  che porterà alla chiusura di circa 300 ambulatori in tutta la Puglia l’1 e il 2 marzo, una quarantina tra Bari e provincia. Tra le motivazioni c’è quanto accaduto nei due anni di pandemia Covid e il diniego del voto del Senato per il riconoscimento di un’indennità alle famiglie dei 400 medici morti per Covid indennità. Per loro durante la manifestazione del 2 sarà osservato un minuto di silenzio sotto la sede del ministero della Sanità a Roma.  La contestazione riguarda anche i diritti da lavoratori, con riposi che durante questi due anni di crisi sanitaria sarebbero svaniti. Il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro, più tempo per sé e per i pazienti, perché gravati da pratiche burocratiche che tolgono tempo a compiti clinici diagnostici e di prevenzione per quelli amministrativi di base, per supplire alla carenza di altre figure professionali delle Asl, sottraendo tempo da dedicare ai pazienti con fragilità croniche. E ancora la carenza di personale medico, che nei prossimi cinque anni potrà diventare drammatica, per garantire assistenza primaria, continuità assistenziale, medicina dei servizi, del 118, medicina penitenziaria, della dirigenza medica ospedaliera e di personale infermieristico e amministrativo di studio.

Il primo punto affrontato da Vulpi è quello dell’eccessiva burocratizzazione del ruolo, come denunciato anche dal sindacato, che toglie tempo all’attività clinica per far fronte a quella delle formalità da ottemperare. “Ho visto la trasformazione della medicina di base, già da convenzionato, a cavallo del pensionamento di mio padre – spiega il medico -, e vissuto il passaggio dal famoso ricettario giallo verticale nel quale si prescriveva tutto, a quello rosso orizzontale pieno di codici e note ministeriali, che se sbagli un codice, ad andare avanti e dietro è il paziente.  Di esempi se ne possono fare tanti e a viverli sono proprio i pazienti. A cominciare dalle note dell’agenzia del farmaco Aifa. Il ministero della Sanità iniziò ad introdurle per regolamentare l’iperprescrizione di farmaci ad alto costo con la scusa di dettare delle linee guida. All’inizio erano 48: ora sono 100. Prima dovevi solo osservarle in fase di prescrizione, adesso per molte di esse devi compilare schede di monitoraggio da conservare, piene di caselle da biffare e dati del paziente. Non si capisce se le deve fare solo lo specialista o anche il medico di medicina generale. Spesso chiamiamo il Servizio farmaceutico per avere spiegazioni o ci aiutiamo fra medici sulle chat di WhatsApp. A pagare le spese di questa burocrazia è il paziente, la carta e il toner li mette il medico”.

Alla complessità delle prescrizioni si aggiunge un ulteriore passaggio burocratico. “La distribuzione e la prescrizione delle striscette e delle macchinette per la glicemia ai diabetici: sette pagine A4 da stampare e riempire e non si capisce ancora chi eroga le macchinette e con quali modalità. Ad andare avanti e dietro è sempre il paziente”. E ancora “le forniture dei presidi per incontinenti, come pannoloni e traverse, ad esempio: ogni tanto si presenta un parente che deve ottenere da noi un foglietto sul quale si dichiara che il parente allettato da 10 anni è ancora incontinente, come se potesse guarire, perché se no viene interrotta la fornitura, altro avanti e dietro”. C’è poi il problema delle liste di priorità, racconta ancora Vulpi. “Migliaia di alberi si tagliano e trasformano in carta per questa nefandezza inventata da qualche assessore e assolutamente disattesa dal sistema. Ci obbligano a ristampare le stesse richieste con le diverse diciture: urgente, breve, differita, programmabile, a seconda delle disponibilità che l’impiegato del Cup in quel momento decide. In questi casi il punto di vista del medico non ha alcuna importanza. Altro avanti e dietro per i pazienti. Ormai abbiamo gettato la spugna: impossibile replicare. Litighi col paziente, gli fai un danno e non è manco colpa dell’impiegato che altrimenti non riesce a trovare la prestazione”. Ma la denuncia dei paradossi che affliggono la professione non finisce qui. 
“Possiamo parlare di inserimenti nelle Rsa dei pazienti disabili. O delle schede Svama, Svamdi, Pai da stampare, compilare, firmare, scannerizzare e inviare via email convenzionale, senza un minimo di valore legale. E vogliamo parlare anche di tutte le certificazioni richieste dalla scuola, dal Comune, dalle aziende private, dall’Inail e dall’ Inps? E tutto il balletto delle richieste di tamponi per la scuola con mamme inviperite e dirigenti scolastici che non sanno come sbrogliare la matassa che il medico di famiglia deve risolvere? I pazienti devono comprendere che tutto questo tempo, e ho citato solo pochissimi esempi, dedicato a compiti burocratici imposti da un sistema evidentemente fallito nell’organizzazione, è tutto tempo sottratto ad ascoltarli, a curarli, a prendere decisioni importanti per la loro salute. I nostri pazienti – prosegue- sanno bene che quando hanno un bisogno serio siamo noi a chiamare direttamente il collega esperto del settore e chiedere la cortesia, non i call center ai quali si rivolgono e che, dopo ore di attesa al telefono con musichette estenuanti, trovano mille inghippi per non prenotare, terminando con la classica frase ‘Si rivolga al medico di famiglia’. I nostri pazienti sanno bene chi risponde al telefono e chi fa finta di rispondere, se risponde, rimandando al famoso medico di famiglia ‘tutto fare’ e tutto risolvere”.

Ecco perché, conclude Vulpi, i due giorni di disagio per loro a causa dello sciopero, in realtà costituiscono una parte di una battaglia a loro favore, e non a favore delle tasche dei medici. “Duole constatare che non tutti i sindacati di categoria, con pretesti vari, non aderiscano a questo sciopero – aggiunge - che mira a sensibilizzare il Governo che emana decreti partoriti nelle alte sfere ma senza consultare la base sofferente penalizzando, di rimando, il paziente vessato e costretto a sentirsi maltrattare dagli sportelli Asl e Cup”.

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