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Violenza sulle donne: "Il 25 novembre non basta. Sul cambiamento culturale ancora tanto da fare: concentrarsi solo su sanzioni non serve"

Intervista a Maria Pia Vigilante, avvocata e presidente dell'associazione Giraffa Onlus, da anni impegnata contro la violenza di genere: "Nonostante il codice rosso, le donne continuano ad essere ammazzate. Si lavora ancora molto poco sul mutamento culturale"

"Dobbiamo capire la complessità, quando si parla di violenza sulle donne. Evitare le semplificazioni, anche se tutte le storie possono sembrare uguali. E soprattutto, non possiamo pensare che funzioni un apparato dedicato esclusivamente alla sanzione, perché i fatti ci sono dicono una cosa chiara: che nonostante l'inasprimento delle pene, nonostante il codice rosso, le donne continuano ad essere ammazzate". E' netta Maria Pia Vigilante, avvocata, presidente dell'associazione Giraffa Onlus, da anni in prima linea a sostegno delle donne vittime di maltrattamenti e abusi. E sceglie non a caso di citare il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, e le sue parole sulla 'complessità', per sintetizzare la strada da seguire nell'impegno contro la violenza di genere.

Perché con la ricorrenza del 25 novembre alle porte - e con tutti gli appuntamenti, incontri ed eventi di sensibilizzazione come di consueto organizzati in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle donne - non si può non fermarsi a riflettere su quello che le cronache di ogni giorno restituiscono, raccontando quasi quotidianamente di violenze, maltrattamenti, femminicidi. 

"Il problema è di natura culturale, e il parlare di prevenzione non può essere limitato alla giornata del 25 novembre, non basta organizzare convegni ed eventi solo in quei giorni: così diventa uno spot. Se le violenze continuano ad accadere, vuol dire che si sta lavorando molto poco sul mutamento culturale: su questo si continua ad arrancare. E' un mutamento che parte dal linguaggio, da stereotipi che sono stratificati su più livelli".

L'associazione Giraffa, che a Bari gestisce il Centro antiviolenza 'Paola Labriola', dedicato alla psichiatra uccisa sul lavoro nel 2013, e due case rifugio, di cui destinata alle donne vittime di tratta, da anni promuove anche numerosi progetti di sensibilizzazione nelle scuole. "Tante volte - racconta Vigilante - troviamo ragazzi preparatissimi, anche dal punto di vista del linguaggio, pronti ad accoglierci e a discutere con noi. Ma è altrettanto importante che anche un insegnante sia preparato, affinché vengano dati gli input e i messaggi giusti".

"Non dobbiamo smettere di interrogarci, di ragionare sulla complessità - ribadisce Vigilante - anche prima di entrare nelle scuole, o di rivolgerci alla cittadinanza attiva. Non ci può concentrare solo sulla parte finale, che vuol dire poi discutere dell'entità della pena". Punto su cui pure le perplessità non mancano. "Oggi sembra esserci una tendenza al patteggiamento, al rito abbreviato, magari l'uomo che ha commesso violenza viene affidato a un Cuav (Centri per Uomini Autori o potenziali autori di Violenza di genere, ndr), che comporta anche un beneficio di natura penitenziale. Ma siamo sicuri che queste persone, magari con neanche un giorno di elaborazione in questi centri, abbiano compreso quello che hanno fatto? Abbiamo numeri rispetto all'esito del percorso? Sappiamo cosa succede? No, però sappiamo che spesso questi uomini che hanno agito violenza ai danni delle donne reiterano quelle modalità d'azione. Quando dico che solo l'aspetto di natura sanzionatoria non può essere sufficiente, intendo proprio questo".

Dall'altra parte, c'è tutto il percorso della donna, che accompagnata e seguita dai Cav, affronta per uscire dalla violenza e che passa attraverso dei nodi cruciali, come il reinserimento lavorativo della donna, o la ricerca di un'abitazione. "Una delle cose principali per una donna in uscita dalla violenza, è che raggiunga un'autonomia economica, che le dia la possibilità di reinserirsi a livello sociale, e quindi di ricostruirsi. Sotto questo aspetto la Regione Puglia stanzia dei fondi, una 'dote per l'empowerment', destinata all'inserimento lavorativo di queste donne, a cui si aggiungono i progetti che come Cav attiviamo per i tirocini professionalizzanti. Ma quello che è importante, prima di tutto, è che una donna si convinca che può farcela, che può emanciparsi emancipare dalla violenza, e che si può reinserire dal punto di vista socio-lavorativo. E in questo il sostegno offerto dai centri antiviolenza è fondamentale".

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