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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca

Droga "di qualità" e "stipendi come in azienda": scacco al clan Conte, espugnata la 'fortezza' di Bitonto

Duro colpo al gruppo attivo nella cittadina alle porte di Bari. Nelle carte dell'inchiesta la struttura imprenditoriale della presunta organizzazione e la fidelizzazione dei clienti

Una 'fortezza' espugnata e un'organizzazione smantellata, capace di ricavare anche 30mila euro al giorno attraverso una fiorente e ben articolata rete di spaccio di droga, continuamente rifornita e con una cura particolare per fidelizzare i clienti: a Bitonto è scacco al clan 'Conte', colpito questa notte dal blitz denominato 'Market Drugs' e messo a segno alle prime luci dell'alba dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Bari, coadiuvata da 300 agenti della Polizia di Stato con il supporto di unità cinofile, elicotteri e personale del reparto anticrimine. Quarantatrè, in tutto, le ordinanze emesse: i reati contestati, a vario titolo, sono di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti con aggravante di tipo mafioso. Tra i destinatari delle ordinanze anche Domenico Conte, ritenuto al vertice del sodalizio criminoso, Mario D'Elia, considerato dagli inquirenti il suo braccio destro, nonchè tre presunti dirigenti dell'organizzazione, Francesco Bonasia, Damiano Giordano e Giovanni Palmieri. 

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Al setaccio sono finite due zone cruciali dello spaccio di droga bitontino, ovvero l'area di via Pertini e quella del centro storico. La prima è ritenuta il quartiere generale del gruppo e quasi una 'fortezza' protetta da porti blindati e continuamente sorvegliata da telecamere e vedette. 
L'altra, invece, è stata occupata più recentemente dal clan Conte, circostanza che fece scatenare la guerra con il clan rivale dei Cipriano, da tempo attivo a Bitonto Vecchia. 

Le indagini, coordinate dai Pm Ettore Cardinali e Marco D'Agostino, hanno avuto un impulso proprio dall'uccisione, per errore, della pensionata Anna Rosa Tarantino, raggiunta da alcuni proiettili mentre si trovava per caso nel corso di una sparatoria per i vicoli del borgo antico Bitonto o il 30 dicembre del 2017. Il delitto, hanno spiegato gli inquirenti nel corso della conferenza stampa post-blitz in Procura a Bari, assieme alla pressione mediatica esercitata nei giorni successivi alla barbara uccisione della donna, convinse alcuni esponenti a pentirsi e a collaborare con la giustizia. 

Gli investigatori hanno quindi ricostruito passo dopo passo la struttura della presunta organizzazione criminale. Un vero e proprio sistema di "welfare" illegale, come sottolineato dal Procuratore aggiunto Francesco Giannella, che, attraverso lo spaccio, dava un lavoro sicuro e stipendi regolari agli affiliati, diventando un 'impiego' appetibile in una zona particolarmente difficile di Bitonto. Si andava dalle 500 euro settimanali per le vedette fino ai 1000 per gli spacciatori dotati di borsone con la droga. Guadagni da 1500 euro settimanali, invece, per le guardie armate dislocate sui tetti, con l'obiettivo di difendere le roccaforti del gruppo. Stesso stipendio, ma con un extra fino a 5mila euro mensili in caso di buoni affari, per i responsabili delle piazze di spaccio. 

"CLAN AGGUERRITO E RIPARTIZIONE SCIENTIFICA DEI COMPITI": LE PAROLE DI MESSINA (DIREZIONE CENTRALE ANTICRIMINE)

Gli stipendi, spiegano gli inquirenti, venivano corrisposti, un po' come in un'azienda, ogni venerdì, sembrerebbe anche di persona (fino all'arresto nel 2018) da parte del presunto boss Domenico Conte. Il gruppo, a fronte di paghe regolari, avrebbe preteso una rigida organizzazione fatta di orari precisi e di compartimentazione delle informazioni, in modo da rendere più difficili le indagini. La droga a disposizione (detenuta anche dalle donne del sodalizio) , i cui rifornimenti arrivavano da Terlizzi e dai quartieri baresi di Japigia, comprendeva hashish, marijuana, amnesia e cocaina, quest'ultima acquistata a 40mila euro al kg e rivenduta a cifre vicine agli 80mila. Droga di qualità e clienti riforniti a cui le dosi sarebbero state garantite anche in caso di sequestri da parte delle Forze dell'Ordine. 

Il clan Conte poteva contare, secondo gli investigatori, su un ruolo di 'protezione' da parte del clan barese Capriati (i cui esponenti, però, non risultano indagati). "La Giustizia è lenta e inesorabile" ha commentato il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, rimarcando la "fine" di chi fa attività di criminalità organizzata, "dove nessuno muore tranquillo nel proprio letto". Alla conferenza stampa ha preso parte anche il prefetto Francesco Messina, direttore del Dipartimento Centrale Anticrimine della Polizia di Stato: "La Puglia resta una realtà effervescente dal punto di vista criminale, non solo legata al Barese ma anche per zone come Foggia e Taranto. In questo caso si tratta di un'organizzazione locale con una propaggine ben strutturata e con l'agevolazione di un clan potente. La situazione ci ha ricordato Scampia, ovvero una dimensione fortificata e sotto controllo". 

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