Da Bari a Boreano: schiavi del pomodoro verso la Basilicata

Centinaia di migranti fuggono verso la Lucania per ottenere una paga a cassone. Gli operatori: "Il caporalato? una piaga da estirpare"

Ingiustizie sociali, diseguaglianze economiche, diritti negati. E’ il triste scenario che spesso accompagna il tema del lavoro. Soprattutto quello sfruttato, vilipeso e spesso schiavizzato. Parliamo del  bracciantato agricolo ed in particolare della manovalanza migrante nella raccolta del pomodoro. In Puglia sono tanti i luoghi dove l’oro rosso richiede le braccia dei migranti, disposti per pochi euro a caricarsi sulle spalle ore ed ore di lavoro senza fiatare. Una nuova frontiera dell’immigrazione agricola la si trova al confine tra Puglia e Basilicata, a pochi chilometri da Minervino murge.

Ci troviamo a Boreano, dove da agosto ad ottobre, tra quattro casolari decrepiti dell'ex Riforma Agraria del 1952, oltre 500 migranti sono in attesa lì, sul luogo più vicino ai campi. Attendono l’arrivo di un camion o di un caporale disposto a caricarli per lavorare a cassone, cioè  secondo il numero di casse che sono capaci di riempire. In molti arrivano da Bari, lungo una tratta non molto attenzionata dai media eppure densa di risvolti sociali e culturali.

Le condizioni che albergano attorno alla popolazione migrante sono di profondo disagio. Per questo un gruppo di associazioni (Arci Basilicata, Emergency, Punto e a Capo, CESTRIM, AM.I.CA. e Cittadinanza Attiva) insieme alla Caritas regionale e al'assessorato alle Politiche socio-assistenziali  della Provincia di Potenza, si sono messi attorno ad un tavolo per attivare forme di protezione nei loro confronti. Tra le attività promosse, la fornitura di acqua potabile per permettere ai lavoratori di idratarsi durante  la raccolta. “A ciò si aggiunge  l’assistenza legale, sanitaria, giuridico, psicologica e lavorativa, che consentono di ricostruire il passato e il presente degli stagionali migranti, favorendo quella relazione umana necessaria per la maturazione di nuova consapevolezza in termini di diritti”, spiegano Maria Antonietta Maggio e Antonio Spera, del gruppo di lavoro immigrazione.

Rimane il tema del caporalato,  una vera e propria piaga in tutto l’indotto agricolo. “Il caponero, come lo definiscono i migranti stagionali stessi, non nasce spontaneamente ma esiste perché c'è un mondo imprenditoriale agricolo troppo spesso ambiguo sulla condanna del lavoro nero – spiegano Maggio e Spera -.  Senza dimenticare che dall'altra parte dell'universo abbiamo una popolazione di lavoratori disposti a tutto pur di guadagnare ed ignorante sui propri diritti acquisiti o potenziali”.  

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C’è una sorta silenzio assordante tra centri per l’impiego e imprenditoria agricola. “Forse il caporalato esisterebbe lo stesso, ma se si riuscisse ad interconnettere queste due mondi si potrebbe chieder conto a quelle aziende che hanno cassoni pieni e zero assunzioni”. In questa landa di terra a confine tra Puglia e Lucania il lavoro a cottimo a cassone fornisce apparentemente una sensazione di maggior guadagno. “Ciò che non è finzione è l'esasperazione  dei migranti stagionali, ora in Basilicata, che si trasferiranno poi negli agrumeti in Calabria, nei vigneti del nord e così via”, aggiungono i due referenti di progetto. La strada intrapresa è quella di creare maggiore consapevolezza per combattere lo sfruttamento: “Nardò e Rosarno hanno segnato un punto significativo e drammatico nella storia migrante dei nostri territori, forse insufficienti per un reale cambiamento – concludono Spera e Maggio -. Abbiamo il dovere di condurre  con loro questa battaglia e non per loro”.

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