Ceglie, un birrificio nella villa confiscata al clan Di Cosola

Il progetto di riutilizzo candidato dal Comune ai fondi del Pon legalità 2014-2020: il casale appartenuto al boss diventerà una fattoria per il reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Decaro: "Una storia nuova per questi immobili che vogliamo restituire alla città"

Da 'quartier generale' del clan a fattoria per il reinserimento lavorativo di soggetti socialmente svantaggiati. E' il progetto del Comune di Bari per il riutilizzo a fini sociali della villa in contrada Chiancone, a Ceglie del Campo, confiscata al boss Antonio Di Cosola.

Il progetto, candidato dall'amministrazione ai fondi del Pon legalità 2014-2020, è stato presentato oggi nel corso di un sopralluogo presso il casale confiscato, che si è tenuto dopo la cerimonia di commemorazione delle vittime di strage di via D'Amelio. Insieme al sindaco Decaro, si sono recati sul posto anche la presidente della Sezione Penale del Tribunale di Bari, Francesca La Malfa, il Procuratore della Repubblica Giuseppe Volpe, i vertici delle Forze dell’Ordine, il consigliere regionale Giuseppe Longo e il presidente del IV Municipio  Nicola Acquaviva.

L'idea è quella di trasformare il grande immobile in una fattoria con annesso microbirrificio artigianale, in grado di ospitare otto soggetti svantaggiati che verranno formati sulla filiera agricola e reinseriti attraverso la produzione, l’imbottigliamento e la distribuzione di birra a Km0. Il progetto, che si inserisce nelle attività dell’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata in collaborazione con l’assessorato al Patrimonio e all’Edilizia Residenziale Pubblica del Comune di Bari, prevede un investimento totale di 1.500.000 euro che comprende le fasi di progettazione, consulenza tecnica, lavori, impianto di produzione, mezzi mobili, materie prime e start-up di gestione.

"Oggi celebriamo il 24° anniversario della strage di Via d’Amelio in cui, dopo solo 56 giorni dalla strage di Capaci e dalla morte di Giovanni Falcone, morì anche il suo più fedele collaboratore ed uno dei migliori uomini che lo Stato italiano abbia mai avuto: il giudice Paolo Borsellino – ha detto il sindaco Antonio Decaro -. Insieme a lui, come a Capaci, morirono gli agenti della scorta. Oggi, quindi, è nostro dovere commemorare i morti, ricordare gli uomini e onorare ciò che hanno fatto rendendoli orgogliosi delle nostre azioni, ovunque essi siano. Ed è quello che nel nostro piccolo vogliamo fare qui, oggi, raccontando una storia nuova per questi immobili che vogliamo restituire alla città. Quattro anni dopo la morte dei due giudici, nel 1996, con la Legge 109 che quest’anno compie vent’anni, fu introdotta la confisca dei beni e il loro riutilizzo sociale per chiunque fosse riconosciuto come mafioso. Questo è stato un momento di svolta per il nostro Paese perché da allora, finalmente, lo Stato può sottrarre ai criminali quello a cui tengono di più: le loro ricchezze. “È meglio finire in galera, meglio essere uccisi che perdere la «roba», il tesoro che si è riusciti a mettere insieme con una vita di delitti, traffici e intrighi” ha detto Francesco Inzerillo, esponente di uno dei clan più importanti di Palermo, e noi oggi siamo qui per prendere la loro “roba” e riutilizzarla e riempirla di lavoro, di gente onesta e di energie pulite. Già lo scorso anno con il direttore dell'Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati, con la presidente Francesca La Malfa, la Camera di Commercioe l'associazione Libera abbiamo firmato un protocollo che mirava ad individuare un modello condiviso di lavoro per favorire l’utilizzo immediato dei beni, ridurre i tempi di gestione per poi individuare il possibile riutilizzo di quei beni attraverso una più rapida circolazione delle informazioni utili al riuso.  Anche in virtù di quel protocollo avviamo la progettazione su questo bene, mentre questa mattina mi sono recato personalmente presso i due villini confiscati al boss Savino Parisi,  nelle vicinanze del quartiere Torre a Mare, che saranno destinati alle famiglie in emergenza abitativa. Da quando abbiamo cominciato questo lavoro abbiamo assegnato più di dieci case confiscate alle organizzazioni criminali a famiglie in condizioni emergenza abitativa. Il lavoro e la casa sono due diritti sanciti direttamente e indirettamente dalla Costituzione, la stessa costituzione su cui ha giurato Paolo Borsellino".

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"Ringrazio il sindaco di Bari per aver voluto ricordare la strage di via D’Amelio con un gesto concreto quale è la destinazione di un bene confiscato alla criminalità organizzata – ha dichiarato la Presidente La Malfa -. Una delle grandi intuizioni di Falcone e Borsellino fu proprio quella delle indagini patrimoniali nei confronti della criminalità organizzata, necessarie per seguire il flusso dei proventi delle attività illecite. Su questo versante vi è un grande impegno dell’autorità giudiziaria barese, che non si limita soltanto al sequestro e alla confisca dei beni, ma che si assicura che questi beni vengano restituiti alla collettività, che nel tempo ha dovuto subire l’assoggettamento ai clan criminali. Lo stato di degrado in cui versa attualmente l’immobile, sequestrato nel 2012, rende sempre più attuale la necessità di una modifica legislativa che consenta all’autorità giudiziaria di disporre immediatamente l’assegnazione provvisoria dei beni sequestrati per impedire che gli stessi vengano depredati, costringendo poi gli enti assegnatari, quali il Comune di Bari, a sostenere i costi del restauro. Grazie al protocollo sottoscritto la scorsa estate sarà presto operativo un sito che fornirà la mappa di tutti i beni in sequestro onde consentire agli enti territoriali e a tutti i soggetti interessati di avanzare proposte di riutilizzo sociale. Soltanto grazie alla rete di collaborazione tra tutti gli organi dello Stato la legalità troverà piena attuazione sul nostro territorio, fornendo risposte concrete ai bisogni dei cittadini legati ad esigenze abitative o lavorative". 

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