Ascolto e assistenza per le vittime di maltrattamenti, "Così aiutiamo le donne a uscire dalla violenza"

Il ruolo dei Centri antiviolenza nell'assistenza alle donne che subiscono abusi e violenze. L'esperienza delle operatrici del Cav 'Il Melograno': "Lavoriamo sulla consapevolezza"

Non esistono differenze d'età, di estrazione sociale, "perchè il ciclo della violenza è sempre lo stesso, sempre uguale". Così come simili tra loro sono le storie delle donne che subiscono maltrattamenti. Dinamiche che si ripetono, con la violenza che  prima ancora che fisica è psicologica, e porta la vittima a chiudersi in sè stessa, a perdere fiducia. Spesso a subire per anni, prima di trovare la forza di denunciare, per la paura di non farcela da sola, o di subire il giudizio altrui. Una mossa, quella della richiesta di aiuto, che nella gran parte dei casi arriva solo quando la donna sente di rischiare la vita, o vede i propri figli in serio pericolo.

Il supporto dei Centri Antiviolenza

In Puglia sono in tutto 21 (dati 2016) i Centri antiviolenza che quotidiamente offrono supporto alle donne vittime di maltrattamenti. Uno di questi è 'Il Melograno', gestito dalla cooperativa 'Comunità San Francesco', che nel territorio della provincia barese opera in diversi Comuni tra cui Conversano, Mola, Triggiano, Putignano, Gioia del Colle, Grumo Appula.

"Quando una donna si rivolge a noi - spiega Cecilia Teofilo, assistente sociale del centro - effettuiamo un colloquio di primo accesso con melo-3un'assistente sociale o un'educatrice. Raccogliamo dati, elementi sulla storia di violenza, cerchiamo di capire il suo livello di consapevolezza". In base a quelle che sono le esigenze della vittima, la stessa viene indirizzata verso uno specialista di riferimento: nel Cav opera un'equipe che comprende un'assistente sociale, un'educatrice, una psicologa, un'avvocata (viene offerta assistenza legale sia civile che penale). Poi, gradualmente, si costruisce un percorso di supporto in cui la donna viene seguita e accompagnata, aiutata a trovare soluzioni per allontanarsi dal contesto di violenza, che è - il dato è ormai noto - nella gran parte dei casi quello domestico, familiare. Nei casi più gravi, in cui la situazione rappresenti un serio pericolo per la vittima, si valuta l'accompagnamento in una casa-rifugio. "Abbiamo seguito donne giovanissime, ma ci sono anche casi di donne più anziane, come una 84enne che ha deciso di rivolgersi a noi dopo 30 anni di violenze subite", afferma Teofilo. Le richieste di aiuto arrivano prevalentemente in maniera diretta da parte della vittima, ma la donna può essere anche indirizzata verso la struttura dalle forze dell'ordine, o dai servizi sociali. In alcuni casi, la vittima ha già denunciato le violenze subite, in altri il ruolo delle operatrici del centro è anche quello di accompagnamento alla denuncia. Per mettersi in contatto con il centro, c'è anche un numero dedicato attivo h24 (080/4953712 oppure 342/5505577). "Quando le donne arrivano qui è già un grande passo -  dice Eugenia Policarpo, psicologa del centro - Se ci contattano autonomamente vuol dire che c'è già una forma di consapevolezza maggiore che poi aiuta nel percorso". Anche se spesso la prima cosa da fare è lavorare per ricostruire la consapevolezza di sè, la propria identità: "Spesso la donna che arriva da noi non parla di ciò che vorrebbe, di ciò pensa, ma magari riporta il pensiero del marito, i suoi giudizi. Il lavoro parte proprio da questo, dal far emergere le sue esigenze, i suoi pensieri".

Le iniziative per la 'Giornata internazionale contro la violenza sulle donne'

Il Centro ascolto maltrattanti

Accanto al sostegno alle donne vittime di violenza, di recente la cooperativa 'Comunità San Francesco' ha anche attivato un servizio che si rivolge invece a chi invece ha compiuto i maltrattamenti, e sia realmente deciso ad intraprendere un percorso di cambiamento. Nasce così il 'Centro ascolto maltrattanti', ugualmente dotato di un numero dedicato (348/6115981). "Siamo convinte - spiega Stefania Giannoccaro, psicologa - che per poter comprendere un fenomeno in maniera globale, anche in ottica di prevenzione, sia necessario lavorare anche sull'uomo. Certo, si lavora sul percorso di uscita dalla violenza della donna, ma se l'uomo rimane un maltrattante, magari ripeterà gli stessi comportamenti in nuove relazioni, con altre donne". "Attraverso il percorso, cerchiamo di far emergere e di far comprendere a questi uomini come i loro comportamenti affondino radici in stereotipi radicati sulla relazione uomo-donna".

I progetti sperimentali in carcere 

Nella stessa direzione si muovono anche i progetti sperimentali rivolti a uomini già detenuti per fatti di violenza o maltrattamenti. Come quello realizzato nel carcere di Bari insieme all'Uniba. "Si è trattato di un progetto suddiviso in tre fasi - spiega Roberta Zonno, assistente sociale del Cav 'Il Melograno' - che ha coinvolto psicologi, psicoterapeuti, educatori, assistenti sociali. Nelle prime due fasi abbiamo trattato i temi della personalità, della gestione delle emozioni, mentre nell'ultima ci siamo concentrati sugli aspetti di risocializzazione, sul reinserimento sociale e lavorativo, soffermandoci anche su aspetti concreti come la creazione e aggiornamento del cv, la ricerca di un lavoro, la gestione di un colloquio". 

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Contro gli stereotipi: il lavoro di sensibilizzazione nelle scuole

Ma la lotta alla violenza di genere passa anche attraverso l'opera di sensibilizzazione nei confronti di coloro che saranno gli adulti di domani. Nascono da qui gli incontri e i laboratori nelle scuole (dalle elementari alle superiori), promossi autonomamente dal Cav o attivati nell'ambito del Programma antiviolenza della Regione Puglia. Al centro degli incontri, temi com il bullismo o gli stereotipi di genere. Uno degli appuntamenti più recenti si è tenuto nell'istituto 'Vito Sante Longo' di Monopoli in collaborazione con il centro Safiya di Polignano e l'associazione monopolitana 'Progetto Donna'. "Lo scopo delle attività - spiega Isabella Gimmi, psicologa - è proprio quello di sfatare gli stereotipi e rendere i ragazzi consapevoli di come poi essi si alimentino nella società, di quanto siano presenti". L'obiettivo, dunque, è anche quello di fornire ai ragazzi gli strumenti per riconoscere determinati fenomeni collegati alla violenza. Ed è anche accaduto che proprio questi laboratori siano serviti a far emergere casi di maltrattamenti. Come quello di una ragazzina di 16 anni che da tempo viveva una relazione violenta con il fidanzato, e che a partire da un incontro a scuola ha trovato la forza di chiedere aiuto.
 

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