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Le armi sequestrate durante il blitz 'Pilastro' del 2015

Le armi sequestrate durante il blitz 'Pilastro' del 2015

Estorsioni e droga, condanne definitive per il clan Di Cosola: 40 in carcere

I provvedimenti di carcerazione emessi dalla Procura generale della Repubblica eseguiti dai carabinieri: dei 40 soggetti, coinvolti nell'operazione 'Pilastro' del 2015, nove erano in libertà, 14 ai domiciliari e 17 già reclusi

Diventano definitive le sentenze a carico di 40 soggetti coinvolti nel 2015 nell'operazione 'Pilastro', che smantellò il clan Di Cosola con 60 arresti. A seguito del processo di primo e secondo grado, sopraggiunta l’irrevocabilità delle sentenze, i Carabinieri del Comando Provinciale di Bari hanno dato esecuzione a 40 provvedimenti di carcerazione emessi dalla Procura Generale della Repubblica di Bari nei confronti di altrettanti condannati che hanno scelto il rito abbreviato.

L’operazione, che ha colpito nove soggetti in libertà (di cui 3 con ordine di sospensione), 14 sottoposti agli arresti domiciliari e 17 già reclusi, ha avuto luogo su  tutta Provincia di Bari e presso diversi Istituti penitenziari di Melfi (PZ), Foggia, Taranto, Lecce, Catanzaro, Teramo, Saluzzo (CN), Sassari, Milano e Tolmezzo (UD), prevedendo l’impiego di 100 Carabinieri coadiuvati da unità cinofile e dal Nucleo Elicotteri di Bari.

L'indagine 'Pilastro': l'omicidio Mizzi e gli affari del clan Di Cosola

L'inchiesta 'Pilastro', avviata nel marzo del 2011 a seguito dell’omicidio di Giuseppe Mizzi, ha portato innanzitutto alla condanna di Antonio Battista (20 anni di reclusione) in qualità di mandante del delitto e di Fiorentino Emanuele e Bove Edoardo (condannati in altro processo rispettivamente a 20 e 13 anni di reclusione) in qualità di esecutori materiali. Le investigazioni condotte dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Bari hanno fatto emergere che Battista, all’epoca reggente operativo del clan Di Cosola, dopo aver subìto un attentato a mano armata nel corso del quale rimase ferito, ordinò una plateale vendetta che vide, per errore di persona, l’omicidio del povero Mizzi Giuseppe, risultato estraneo ad ambienti criminali. Le intercettazioni hanno consentito inoltre nel corso dell’intera indagine, condotta dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Bari, di svelare la riorganizzazione e l’espansione del clan Di Cosola nel periodo compreso tra il 2011 ed il 2015 con la leadership di Cosimo Di Cosola (fratello di Antonio).  La stessa indagine ha altresì consentito di far emergere tutte le attività criminali condotte stabilmente dal clan sotto la sua guida, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti, che aveva come destinazione numerose e floride piazze di spaccio in vari quartieri del Comune di Bari, e nei Comuni di Valenzano, Capurso, Casamassima, Adelfia e Bitritto.  Anche il settore dell’edilizia non è sfuggito alle mire criminali del clan Di Cosola, con numerosi imprenditori locali costretti a versare nelle casse del clan ingentissime somme di danaro in cambio di protezione. In taluni casi, gli imprenditori, per non subire ritorsioni, dovevano acquistare il cemento prodotto dall’impresa di Vito Nicola Procida (soggetto contiguo al clan condannato in primo grado a 10 anni di reclusione). L'inchiesta sfociò nel blitz dell'aprile 2015 che consentì di fatto di smantellare il clan.
 

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