Droga, videopoker e racket del cemento: colpo al clan Di Cosola, 60 arresti

L'operazione dei carabinieri coordinata dalla Dda di Bari: le indagini, durate tre anni, hanno ricostruito le attività illecite del clan, mettendo in luce anche le pressioni esercitate su imprenditori edili locali, costretti ad acquistare cemento da una ditta ritenuta vicina al gruppo criminale

Un'indagine che fornisce "uno spaccato degli interessi criminali" di un clan, quello dei Di Cosola, che "stava allargando il suo controllo sul territorio", e che mette in luce una particolare "saldatura tra una certa imprenditoria e interessi criminali". Così il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Bari, Pasquale Drago, sintetizza i risultati dell'operazione 'Pilastro', portata a termine oggi dai carabinieri del Comando provinciale di Bari. "Un'operazione frutto di un lavoro di squadra tra carabinieri e magistratura - ha sottolineato il comandante della Legione carabinieri Puglia, gen. Claudio Vincelli - che si inserisce in uno scenario molto più articolato".

Tra gli arrestati figurano Antonio Di Cosola, 61 anni, già detenuto e ritenuto a capo del gruppo criminale e sua moglie, Rocca Palladino, 49 anni, attraverso la quale Di Cosola, dal carcere, avrebbe continuato ad impartire i suoi ordini. Dalle indagini, inoltre, sarebbe emerso proprio il ruolo delle donne - cinque in tutto quelle arrestate, due condotte in carcere - che avrebbero gestito la 'cassa' del clan. Tra i nomi contenuti nell'ordinanza di custodia cautelare, compaiono quelli dei luogotenenti del clan, alcuni dei quali già in carcere, ma anche quelli di soggetti che gli investigatori definiscono "le seconde linee" del gruppo criminale. In carcere è finito anche un imprenditore di 58 anni, incensurato, titolare di un cementificio del barese, posto sotto sequestro insieme ad altri beni (tra cui 23 appartamenti, 19 terreni, 80 conti correnti) nelle disponibilità degli arrestati, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro.

VIDEO: LE INDAGINI E IL BLITZ DEI CARABINIERI

Le indagini, partite tre anni fa, hanno ricostruito le attività del gruppo criminale sul suo territorio di influenza, dal quartiere periferico di Ceglie del Campo ai vicini Comuni di Valenzano, Adelfia, Casamassima, Capurso, Bitritto. Non soltanto traffico di droga e spaccio - circa 250 gli episodi documentati durante l'attività investigativa - ma anche le pressioni esercitate sugli imprenditori locali, in particolare quelli operanti nel settore edile. "Estorsioni - ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Bari, Rosario Castello - che venivano sviluppate attraverso le forme più classiche, attraverso il pizzo, l'imposizione della guardiania, ma anche attraverso l'imposizione dell'acquisto di cemento da un'impresa contigua al clan". In pratica, i soggetti legati al gruppo criminale avrebbero obbligato i costruttori locali ad acquistare il cemento dalla ditta  da loro indicata, incassando poi una 'provvigione' di due euro per ogni metro cubo venduto. Dalle intercettazioni, inoltre, emergerebbero anche dettagli sulla qualità scadente del prodotto: un aspetto che sarà ora approfondito con ulteriori indagini. Gli investigatori escludono che il materiale sia stato utilizzato per appalti pubblici, ma saranno comunque effettuati accertamenti tecnici sulla sua composizione, e si cercherà di capire dove sia stato impiegato.

Lo stesso metodo dell'intimidazione veniva utilizzato dal gruppo criminale per imporre a bar e sale giochi l'installazione di slot machine. Gli esercenti venivano minacciati e costretti a rivolgersi ad una determinata società di distribuzione, la quale a sua volta doveva versare al clan la somma di 100 euro al mese per ogni macchinetta installata.

Tuttavia, nessuno degli imprenditori ed esercenti finiti nel mirino del clan ha scelto di denunciare. Un elemento sottolineato con preoccupazione dagli investigatori, che hanno rinnovato l'invito a imprenditori e cittadini a collaborare con le forze dell'ordine. "Sabato scorso - ha ricordato Drago -  E' stata inaugurata a Bari l'associazione antiracket. Vuol dire che qualcuno sta cercando di riportare a Bari le regole della legalità e del mercato". "Questa operazione - ha aggiunto - è il nostro regalo alla neonata associazione. Se i cittadini vogliono reagire a questo clima diffuso di illegalità, noi siamo sempre pronti a fare la nostra parte. Se ci fosse la collaborazione delle persone offese, probabilmente il nostro compito sarebbe più facile e veloce".

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