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Clan Di Cosola, quattro arresti: "Pronti alla guerra interna per conquistare leadership"

In manette quattro presunti affiliati: divisi in fazioni contrapposte, sarebbero stati pronti a dare inizio ad una faida interna al clan per assicurarsi il comando del gruppo dopo gli arresti dell'operazione 'Pilastro' e il pentimento di alcuni esponenti, tra cui quello dello stesso boss Antonio

Sarebbero stati pronti alla guerra per conquistare la leadership del clan, approfittando del vuoto di potere venutosi a creare dopo gli arresti dell'operazione 'Pilastro', e alcuni 'pentimenti' eccellenti, tra cui quello dello stesso boss, Antonio Di Cosola. Proprio partendo dai riscontri ad alcune circostanze riferite dai collaboratori di giustizia, i carabinieri sono riusciti a ricostruire lo scenario che ha portato oggi all'arresto - con ordinanza di custodia cautelare in carcere - di quattro presunti affiliati al clan (I NOMI DEGLI ARRESTATI), non coinvolti (in quanto già detenuti) nel blitz che ad aprile scorso aveva decimato il gruppo criminale, attivo in particolare nei quartieri di Ceglie e Carbonara, ma anche in alcuni Comuni dell'hinterland barese. Per gli arrestati l'accusa è di associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata dall'uso delle armi. 

Oltre alla contrapposizione con gli 'storici' nemici, gli Strisciuglio, le indagini hanno messo in luce anche fibrillazioni interne allo stesso clan per la conquista della nuova leadership, con la presenza di due fazioni, riconducibili, secondo gli investigatori, rispettivamente a due degli arrestati: Luigi Guglielmi e Giovanni Martinelli. Tensioni già in qualche modo 'segnalate', a novembre scorso, in due gambizzazioni, avvenute, a distanza ravvicinata, nel quartiere di Ceglie del Campo: quella del sorvegliato speciale Teodoro Frappampina prima, e quella del 30enne Nicola Paglionico, pochi giorni dopo.

Nel corso delle indagini, sono state sequestrate anche numerose armi - tra le quali anche un bazooka - rinvenute nelle campagne alla periferia di Ceglie del Campo e di Bitritto,  tutte perfettamente funzionanti e pronte a far fuoco, ulteriore prova del 'potenziale offensivo' del gruppo. Tra i risvolti messi in luce dalle indagini, anche la presenza dei cosiddetti "promessi", gli 'aspiranti affiliati' al clan, spesso anche ragazzi minorenni, che per essere ammessi a far parte del gruppo criminale dovevano superare una serie di 'prove', dimostrando di essere in grado di 'impegnarsi' nelle attività del clan.

VIDEO: L'OPERAZIONE E LE ARMI SEQUESTRATE

"Le indagini - ha spiegato il colonnello Vincenzo Molinese, comandante provinciale dei Carabinieri - hanno dimostrato che l'operatività del gruppo era tornata piena, nonostante l'azione repressiva dell'operazione 'Pilastro', e il pericolo di questa operatività era legato soprattutto alla volontà delle due articolazioni di conquistare la leadership della consorteria". Di qui la necessità, da parte di forze dell'ordine e magistratura, di intervenire in maniera rapida, per scongiurare il verificarsi di ulteriori gravi fatti di sangue, con conseguenti rischi per l'incolumità dei cittadini.

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