Cronaca Murat

Dal teatro Margherita al Politecnico delle arti? Il progetto ci sarebbe..

Il Politecnico delle arti potrebbe essere composto dal Teatro Margherita, il Mercato del pesce e la Sala Murat, destinati a formazione, laboratorio, residenza per artisti, museo, spazio espositivo

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di BariToday

Ottomila metri quadri, tre edifici storici e il progetto di un politecnico delle arti naufragato nei contrattempi politici. Il mercato del pesce, la Sala Murat e il Teatro Margherita, il riflesso nello specchio di quella realtà che rappresenta oggi una trilogia architettonica inespressa. Una strategia per la città che puntava all'ingegnerizzazione dei processi culturali attraverso un percorso di avvicinamento all'internazionalità dei linguaggi. In sostanza un'industria culturale. Tema ostico, in certi contesti.

Facciamo un passo indietro e recuperiamo un po' di memoria storica.

Era il maggio 2009 quando il Teatro Margherita riapriva la sua 'dinastica' eredità alla città: con un'operazione messa in piedi appositamente per allestire una mostra collettiva di arte contemporanea under 35 (vetrina conclusiva della prima edizione del Premio Lum), l'edificio veniva spogliato dell'impalcatura, denudato dei teloni pubblicitari, ripulito e attrezzato per essere utilizzato per uno scopo diverso da quello per cui quasi 100 anni prima era nato. Da teatro dell'osé a palcoscenico 'privilegiato' di opere d'arte. Sembra la metafora di un destino ancora non compiuto. Dopo quella 'prima' vetrina espositiva di giovani artisti sono arrivati nomi noti nel panorama internazionale: da Jannis Kounellis all'attuale Jimmie Durham, e poi Pistoletto e Pino Pascali, giusto per citarne qualcuno. Il Margherita ha tentato l'assalto alla terra di Bari restandovi agganciato tramite quel pontile che gli permise di essere catastato, nel 1911, come (paradosso) extra-urbano. Il 'teatro palafitta' emergeva dalle acque del lungomare, una trovata geniale per eludere l'egemonia territoriale dei Petruzzelli. Ma la genialità, si sa, sconta il prezzo troppo alto della competizione e 'casualmente' la sua breve vita si consumò in un incendio. Bari aveva già i suoi teatri.

Nel 2011, nella notte del 22 luglio, a 100 anni dall'incendio che lo devastò, il tetto del teatro andò nuovamente in fiamme regalando un'immagine di sé che si specchiava nelle acque sottostanti, a dir poco spettacolare. Stavolta, però, si trattava di una rievocazione. Giorgio Andreotta Calò, vincitore della prima edizione del Premio Lum succitato, consegnò alla città la sua opera. Un fuoco poetico che tutto brucia e che tutto purifica.

Un teatro vocato all'arte? Un palcoscenico artistico con la collezione? Un museo, tradotto in altri termini. Eppure un pezzo di un progetto architettonico che può muovere i primi passi ripartendo da se stesso per protrarsi verso la città e abbracciare altri edifici: appunto il mercato del pesce e la sala Murat. Edifici, questi ultimi, destinati a formazione, ricerca, laboratorio e scuola per giovani artisti e curatori, didattica e produzione. Al teatro resterebbe il ruolo di spazio espositivo permanente. O struttura museale, se piace di più.

Un'idea di politecnico delle arti, appunto.

Di tutto ciò esiste un progetto di fattibilità (con tanto di statistiche, investimenti, calcoli sulle ricadute economiche e turistiche), per ora sulla carta, che attende di essere tradotto in realtà.

Intanto il Margherita vive anche attraverso un agorà serale, un pensatoio per menti giovani e indipendenti e un luogo in cui incontrarsi per ragionare intorno al futuro artistico e culturale della città. Ma non solo. Dalle parole all'azione performativa il passo è breve. Per lunedì 22 luglio qualche sorpresa investirà il crocevia che sottende l'imponente edificio. Work in progress.

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