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Giovedì, 9 Dicembre 2021
Cronaca

Estorsioni a titolare di un'agenzia di scommesse, arresti nel clan Strisciuglio: sei in manette

I sei indagati, ritenuti appartenenti al gruppo operante a San Pio, sono accusati di "estorsione continuata in concorso" con l’aggravante del metodo mafioso: i prestiti inizialmente fatti alla vittima si sarebbero trasformati in continue richieste di denaro, fino a quanto l'esercente ha deciso di denunciare

Dai prestiti legati alla sua attività lavorativa alle continue e pressanti richieste estorsive, fino a quando la vittima, il titolare di un agenzia di scommesse in centro a Bari, ha deciso di denunciare. In carcere, con l'accusa di estorsione continuata in concorso con l’aggravante del metodo mafioso, sono finite sei persone, ritenute dagli investigatori appartenenti al gruppo del clan Strisciuglio attivo al quartiere San Pio.

>>> I NOMI DEGLI ARRESTATI <<<

Le indagini dei carabinieri della compagna di Bari San Paolo, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, sono partite nel gennaio 2021, quando l'uomo, "terrorizzato dalle asfissianti richieste estorsive" degli indagati, ha deciso di denunciare. Gli investigatori hanno così ricostruito come, dal 2019 in poi, l'uomo fosse stato vittima di ripetute richieste estorsive, accompagnate - secondo quanto emerso dalle indagini - anche da minacce, con gli indagati che sarebbero arrivati anche a presentarsi non solo nell'attività commerciale ma anche presso l'abitazione della vittima per pretendere il pagamento delle somme.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, l’esercente era stato vittima di una duplice richiesta estorsiva, sostanzialmente riconducibile a due degli arrestati, nell'ambito della quale si sarebbero poi consumati anche gli episodi contestati agli altri indagati. 

La prima richiesta estorsiva arriva quando, a fronte di un prestito iniziale (restituito) volto a saldare i debiti maturati dalla vittima per la gestione di una agenzia di scommesse, di seguito cessata, alla vittima viene chiesto il pagamento di 30mila euro. In sostanza - hanno ricostruito gli investigatori - nonostante l’avvenuto saldo del debito, alla vittima sarebbe stato intimato di proseguire nel pagamento di 500 euro mensili, "al fine di alimentare la “cassa” dell’associazione e finanziarne le attività illecite sul territorio". Nell'ambito di questa prima richiesta estorsiva, alla vittima sarebbe stato chiesto di versare, ad esempio, la somma di 1500 euro, che sarebbero serviti a sostenere le spese per la cresima della figlia di uno degli arrestati. Ancora, altre richieste di somme inferiori, pari a 100 o 200 euro, si sarebbero susseguite da parte di altri indagati.

Una seconda richiesta estorsiva di 10mila sarebbe stata poi avanzata dall'altro dei principali indagati, al fine di sostenere le spese legali relative a una sua vicenda giudiziaria, contestando falsamente alla vittima un suo coinvolgimento nei fatti. Lo stesso arrestato, inoltre, a fronte di un prestito di 7.500 euro per l’avviamento di un’agenzia di scommesse a Bari, aveva rivendicato - hanno ricostruito gli investigatori - il pagamento ingiustificato di 38mila euro "a titolo di “liquidazione” per l’autonoma decisione di interrompere l’asserita co-gestione dell’attività, costringendo così il denunciante ad assumere lui e sua moglie, senza che gli stessi svolgessero realmente attività lavorativa". Inoltre, al fine di “ripulire” le somme indebitamente ricevute, si sarebbe fatto intestare delle vincite in realtà conseguite da clienti del centro scommesse. 

Gli investigatori, hanno quindi ricostruito "l’assoluto profilo criminale degli indagati che rivendicavano il costante pagamento mensile anche mediante il ricorso ad azioni di forza, sempre scongiurate grazie al puntuale intervento preventivo degli inquirenti". Le indagini hanno documentato inoltre "la loro spregiudicatezza, tanto che, in più occasioni, in pieno giorno avevano asportato le somme giacenti nei V.L.T. (apparecchi elettronici che erogano vincite in denaro) presenti nell’agenzia di scommesse, impossessandosi delle chiavi di apertura dei macchinari all’insaputa del titolare". 

Il gip, condividendo la tesi investigativa della magistratura inquirente, basata sul solido compendio indiziario reso dai Carabinieri, "ha riconosciuto a carico degli indagati l’aggravante di aver agito con metodo mafioso, mediante la sopraffazione della vittima e l’utilizzo della forza di intimidazione derivante dalla riconducibilità degli stessi al clan “Strisciuglio”, oltre ad aver commesso il fatto al fine di agevolare l’articolazione locale del clan facente capo a uno di loro".
 

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