Dalle estorsioni alle attività nel porto, così il clan Capriati si era riorganizzato: "Puntava a infiltrarsi nel tessuto economico della città"

L'indagine della Dda su una 'costola' del clan, ricostituita da Filippo Capriati dopo la sua scarcerazione. 20 le persone coinvolte. Un sodalizio che puntava sul potere di intimidazione del "brand Capriati" anche per ottenere una corsia preferenziale nella sanità

Dalle estorsioni ai commercianti al controllo di una società operante all'interno del porto, dallo spaccio di droga ai furti, commessi anche fuori regione, alle 'corsie preferenziali' ottenute nelle prestazioni sanitarie. Un gruppo che "mirava ad invadere il tessuto socio-economico della città", quello che - secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalla Squadra mobile di Bari e coordinate dalla Dda - era stato riorganizzato da Filippo Capriati, dopo la sua scarcerazione nel 2014, insieme al fratello Pietro (nipoti dello storico capoclan, Tonino) e altri soggetti a loro vicini. Una costola del clan di Bari vecchia, che proprio sul potere intimidatorio legato al suo nome avrebbe fatto leva per portare avanti le sue "variegate" attività. 

In manette sono finite in tutto 17 persone (quattro ai domiciliari), mentre per altre tre è stato disposto l'obbligo di dimora. Le accuse sono, a vario titolo,  di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso e dall’uso delle armi, porto e detenzione di armi da guerra, estorsioni aggravate dal metodo mafioso e continuate, associazione per delinquere, aggravata, finalizzata alla perpetrazione di furti.  

Le estorsioni ai commercianti e il controllo di una società nel porto

Le indagini, condotte attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, e con testimonianze rese da collaboratori di giustizia, nonché da alcune vittime, hanno permesso di fare luce sulle attività illecite del gruppo, a cominciare dalle estorsioni a commercianti e imprenditori, che spesso assumevano anche la forma dell'imposizione dell'acquisto di alcune merci (come buste di plastica, ghiaccio) sia nella zona di Carrassi (dove, secondo quanto emerso dall'indagine, il gruppo avrebbe operato in collaborazione con i Diomede), sia, ad esempio, in occasione della festa di San Nicola (in particolare riferimento all'anno 2016), durante la quale il gruppo avrebbe esercitato anche un controllo sull'assegnazione dei posteggi degli ambulanti. Ma non era l'unico tentativo di controllo delle attività economiche messo in atto dal gruppo. Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo sarebbe riuscito ad infiltrarsi anche una società che gestisce la viabilità interna al porto: più della metà dei dipendenti - secondo la Procura - sono risultati gravati da precedenti e vicini (in alcuni casi legati da parentela) ai Capriati.

Le precisazioni della società: "Estranei ai fatti, noi parte lesa"

Il 'brand' Capriati e le 'corsie preferenziali' nella sanità

Ma le indagini hanno fatto emergere anche come il timore suscitato dal nome dei Capriati fosse sfruttato anche per ottenere corsie preferenziali nella sanità, ad esempio assicurandosi in tempi brevi visite ed esami diagnostici in ospedale. Nella gran parte dei casi, gli operatori sanitari - sottolineano gli inquirenti - accoglievano le richieste che provenivano da Filippo Capriati perchè "terrorizzati" e preoccupati per eventuali ritorsioni. Non tutti i soggetti coinvolti però sono considerati vittime: ulteriori indagini sono in corso per capire il ruolo di alcuni operatori che avrebbero favorito Capriati.

Il traffico di droga, le armi e l'estensione nel nord barese

Nel corso delle attività sono stati sequestrati anche diversi quantitativi di sostanze stupefacenti - eroina, cocaina, hashish, marijuana - altra attività privilegiata del gruppo che a seconda delle esigenze riusciva a procurarsi la droga sia attraverso i canali baresi (Japigia) che rivolgendosi a fornitori campani. Importanti anche i sequestri di armi, come quello operato a Giovinazzo, dove è stato rinvenuto un vero e proprio arsenale che contava anche armi da guerra. E proprio il nord barese - Molfetta, Terlizzi,  Bitonto - era il territorio della provincia in cui il gruppo mirava ad estendere la propria influenza. Ma l'organizzazione era pronta a colpire anche fuori regione: agli arrestati, infatti, sono contestati anche furti consumati in Basilicata.

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Il tentativo di 'infiltrazione' nel tessuto economico-sociale

"Una piovra, pronta ad allungare i suoi tentacoli sulla città ma anche sull'hinterland": così il procuratore capo, Giuseppe Volpe, parlando in conferenza stampa, ha definito il gruppo, sottolineando anche la rapidità con cui si era costituito dopo il ritorno in libertà di Filippo Capriati. "L'obiettivo fondamentale del gruppo, giovane ma agguerrito, era quello di permeare i gangli sociali, pervadere il tessuto economico della città", ha sottolineato il pm Isabella Ginefra, che ha coordinato le indagini. "Una rinascita del clan, subito stroncata, che faceva leva sul 'brand' Capriati, sulla capacità del nome di incutere timore", ha evidenziato il vice questore aggiunto Antonio Tafaro. Nel corso delle indagini, particolare attenzione è stata data al fenomeno delle estorsioni: "Uno degli obiettivi dell'attività della Dda è liberare il territorio e le attività economiche dalle pressioni che la criminalità organizzata fa", ha ricordato sottolineato Francesco Giannella, coordinatore della Direzione distrettuale Antimafia di Bari. Tra gli altri aspetti emersi dall'indagine, il persistere, nei gruppi criminali baresi, dei riti di affiliazione, "che dimostrano - ha detto il procuratore Volpe - come la criminalità barese sia ancora arcaica e tradizionalista".
 

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