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Parà barese morto dopo lancio da aereo, non si era aperto il paracadute: "Chiediamo che venga fatta piena luce"

L'uomo morì il 4 agosto 2019 nell’avio-superficie 'Falcone' di Gaudiano di Lavello, in provincia di Potenza: durante il lancio da un aereo, il paracadute di Carone non si aprì

Il Gip del Tribunale di Potenza, dott. Antonello Amodeo, al termine dell’udienza tenutasi oggi, 14 gennaio 2021, si è riservato la decisione sull’opposizione presentata dai patrocinatori dei familiari di Francesco Carone contro la richiesta di archiviazione da parte della Procura del procedimento penale per la tragica morte del 45enne parà di Bari, deceduto il 4 agosto 2019 nell’avio-superficie 'Falcone' di Gaudiano di Lavello in provincia di Potenza, al culmine di un drammatico lancio dall’aereo a causa della parziale e mancata apertura dei paracadute.

Per quel terribile incidente la Procura potentina, tramite il Pm, dott.ssa Maria Cristina Gargiulo, ha iscritto nel registro degli indagati tre persone con l’ipotesi di reato di omicidio colposo in concorso: il fondatore e direttore della scuola di paracadutismo dell'associazione frequentata dalla vittima e che aveva organizzato l’attività a Lavello, nonché istruttore e pilota del velivolo Cesna da cui si effettuavano i lanci; il “direttore di lancio e ll’istruttore del corso tenutosi nella stessa avio-superficie dal 13 al 16 giugno 2019, neanche due mesi prima, e che aveva rilasciato il brevetto a Carone.

Il sostituto procuratore, tuttavia, al termine delle indagini preliminari, ha richiesto l’archiviazione del procedimento: una richiesta basatasi sulle conclusioni della consulenza tecnica affidata a Gianluca Gaini, istruttore e direttore di scuola di paracadutismo e di lancio e presidente della sezione di Firenze dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

Il consulente tecnico ha ascritto l’incidente ad una concatenazione di errori umani di Carone, che era sì un paracadutista di lungo corso (era stato parà della Folgore ed era tesserato con la sezione di Barletta dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia), ma si era avvicinato solo di recente alla “specialità” dell'ala vincolata”, che prevede lanci da 1.500 metri con apertura automatica del paracadute tramite una fune di vincolo collegata all’aereo: aveva seguito il corso ad hoc tenutosi a giugno e il lancio del 4 agosto faceva parte dell’addestramento. Il 45nenne, in particolare, a causa di una errata uscita dal Cesna, si è ritrovato con una delle funi del fascio, quella collegata al comando di sinistra, prima impigliata a una caviglia e poi attorcigliata al corpo, il che ha impedito la completa apertura della vela del dispositivo. Carone, dopo disperati tentativi di districarsi, ha sganciato il paracadute azionando quello di riserva, che tuttavia non si è aperto perché la velatura di quello principale è rimasta legata alla fune impigliata bloccando anche il dispositivo di emergenza. Il Ct non ha dunque ravvisato responsabilità in capo a terzi.

Conclusione per nulla condivisa dai familiari della vittima, che ha lasciato la moglie, la madre e la sorella le quali, per essere assistite, tramite il responsabile della sede di Bari Sabino Da Banedictis, si sono affidate a Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, in collaborazione con l’Avv. Aldo Fornari, del Foro di Bari. Studio3A ha incaricato un esperto, l’ing. Pietro Pallotti, di esaminare la dinamica dei fatti, e le sue valutazioni sono risultate diametralmente opposte, in primis per quel che concerne la formazione, cioè l’idoneità del corso seguito da Carone a preparare adeguatamente gli allievi all’attività lancistica.

L’uscita non consona dell’aereo, che ha innescato “l’intreccio funicolare fatale”, circostanza confermata da tutti, è solo l’ultimo elemento di una serie di “spie” che avrebbero dovuto mettere in allarme i suoi istruttori: anche il giorno precedente, 3 agosto, al suo penultimo lancio, Carone non aveva seguito la corretta procedura, e anche in uno dei lanci effettuati durante il corso di giugno il paracadute gli si era aggrovigliato improvvisamente, anche se era riuscito a liberarsi. Eppure Carone era stato ritenuto pronto al lancio già dopo il secondo giorno di corso, il 14 giugno, da quanto emerge dal libretto di attestazione dell’addestramento propedeutico ai lanci della scuola Fly Zone, anche se il questionario di fine corso non risulta firmato dall’esaminatore. Così come, per converso, nel prospetto del corso relativo alla parte teorica, proprio sulla sezione relativa alla posizione di uscita dell’aereo, figura la sola firma dell’istruttore e non quella dell’allievo. Ma anche a voler tralasciare queste “omissioni documentali”, doveva essere evidente che la sua preparazione era ancora lacunosa e che non gli si sarebbe dovuto consentire di lanciarsi.

Considerazioni tutte contenute nell’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione presentato per i familiari della vittima al Giudice per le Indagini preliminari, e ribadite nell’udienza odierna dell’avv. Fornari nel corso della discussione, a cui era presente, per gli imputati, l’avv. Francesca Sassano. Dopo aver ascoltato le rispettive esposizioni dei legali, il dott. Amedeo si è riservato di comunicare la sua decisione finale che potrebbe essere o l’archiviazione definitiva, o l’imputazione coatta o un supplemento di indagine chiesto nell’opposizione circa l’adeguatezza delle pratiche di insegnamento, la verifica della ritualità dell’esito favorevole del corso e del rilascio del brevetto e delle responsabilità di tutti i soggetti coinvolti in tali pratiche, e la valutazione della condotta tenuta dai soggetti che potevano intervenire per impedire a Carone il lancio fatale.

 “Chiediamo solo che venga fatta piena luce su questa tragica vicenda e che si chiariscano fino in fondo le modalità che hanno condotto a questo terribile incidente - spiega l’Avv. Fornari - In particolare, il nostro obiettivo è che sia valutato attentamente se siano stati rispettati tutti gli standard di sicurezza imposti a maggior ragione per un’attività così pericolosa e per allievi non così esperti e formati come il povero Francesco”.

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