Lunedì, 26 Luglio 2021
Cronaca

Alberghi, appartamenti e ristoranti: confiscati beni per 50 milioni a pregiudicato di Gravina

Nel mirino della DDA i beni di Saverio Sorangelo,59enne ritenuto vicino al clan Mangione-Gigante-Matera. Confiscati appartamenti, auto di lusso e terreni, ma anche un resort, un ristorante e una sala ricevimenti

Alberghi, appartamenti, quote societarie, auto e moto di lusso, conti correnti bancari del valore complessivo di 50 milioni: sono i beni confiscati dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Bari su ordine del Tribunale di Bari, che ha emesso il decreto di confisca su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia.

Nel mirino della DDA sono finiti i beni di Saverio Sorangelo, pregiudicato 59enne, ritenuto vicino al clan “Mangione-Gigante-Matera” operante a Gravina e nell'area murgiana. Sorangelo, sorvegliato speciale, era già arrestato  nell’ambito della nota operazione antimafia denominata “Canto del Cigno”.

I BENI CONFISCATI - Il provvedimento eseguito oggi giunge a compimento di un'attività investigativa iniziata nel 2011, che aveva portato l'autorità giudiziaria ad emettere nel novembre di quell’anno un decreto di sequestro anticipato beni. La confisca ha riguardato un albergo, un centro benessere, un ristorante, una sala ricevimenti, 13 ettari di terreno, un'impresa edile, 2 imprese di ristorazione, 8 appartamenti, 8 autovetture di grossa cilindrata, una moto Harley Davidson, e conti correnti bancari in 10 istituti di credito. Tra gli immobili confiscati nel corso dell'operazione, il ristorante «Le meraviglie poetiche» di Gravina, l'albergo e sala ricevimenti «Il Guiscardo» di Venosa (Potenza) e il resort "Sgarrone" e "La dimora del barone" ad Altamura.

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LE INDAGINI - Le indagini hanno permesso di mettere in luce la notevole sproporzione esistente tra gli esigui redditi dichiarati dal pregiudicato e i beni posseduti. Inoltre le verifiche fatte dagli investigatori hanno  evidenziato l'esistenza di una fitta rete di compagini societarie formate con il metodo delle "scatole cinesi", tutte riconducibili al 59enne il quale, proprio per eludere i controlli, si è avvalso di numerosi prestanome.

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