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La guerra tra gruppi per lo spaccio, gli omicidi e le vendette: colpiti i clan Palermiti-Parisi, 24 arresti

Le indagini della Squadra mobile, coordinate dalla Dda, hanno fatto luce sulla faida esplosa a inizio 2017: dietro tre delitti e una scia di violenze, i contrasti, nell'ambito della compagine dei Parisi, tra il gruppo vicino a Busco e i Palermiti

Da una parte l'ascesa di Antonio Busco, passato dai Capriati ai Parisi, che approfittando della lunga detenzione di 'Savinuccio' aveva conquistato un ruolo di spicco nel clan di Japigia. Dall'altra, il gruppo vicino a Eugenio Palermiti, parte della 'compagine' Parisi, che non vede di buon occhio la 'scalata' al potere di Busco. I due gruppi entrano in contrasto, più volte: in gioco c'è, in particolare, il controllo dello spaccio sul territorio. E' questo lo sfondo - ricostruito dagli agenti della Squadra mobile coordinati dalla Dda di Bari - della guerra di mala che a inizio 2017 scoppia a Japigia, insaguinando il quartiere con tre omicidi e una lunga scia di violenze e intimidazioni. Per quei fatti, la polizia ha arrestato oggi 24 persone, esponenti del clan Parisi-Palermiti e del gruppo Busco. L'operazione non si ferma con il blitz di oggi: tre persone deil clan sono attualmente ancora ricercate dalle forze dell'ordine.

I NOMI DEGLI ARRESTATI

Il 'tradimento' di Barbieri 

Ed è proprio da uno spacciatore che si scatena - hanno ricostruito gli investigatori - a inizio 2017, la lotta intestina al clan Parisi che riporta in città una lunga scia di sangue, con tre omicidi e diversi episodi di violenze e intimidazioni. Tutto comincia quando Francesco Barbieri, considerato uno dei più validi spacciatori di cocaina al minuto di Bari, che per anni ha smerciato circa 20 chili di cocaina al mese, acquistandoli dal gruppo Palermiti, si era allontana dagli stessi, cominciando invece ad acquistare droga da Busco. Pochi giorni dopo Barbieri viene assassinato: è la sera del 17 gennaio 2017, a pochi metri dal Liceo Scientifico Gaetano Salvemini,  Barbieri detto “U’ varvir”, 40 anni, viene freddato mentre è alla guida della sua Fiat Freemont. Il sicario, a bordo di uno scooter guidato dal complice, colpisce la vittima al tronco e alla testa con una pistola semiautomatica calibro 9x21 mm. Le prime indagini sulla droga sfociano nella operazione “Brother” e la cattura di Busco e altri otto imputati eseguita a febbraio 2019.

Arresti clan parisi palermiti-4

VIDEO: L'OPERAZIONE DELLA POLIZIA

La vendetta di Busco e l'omicidio Gelao

L'omicidio di Barbieri, ricostruiscono gli investigatori, non rappresenta solo una crudele 'punizione' nei confronti di quest’ultimo, ma è soprattutto un forte segnale indirizzato a Busco che, all’interno del clan, "doveva essere ridimensionato". Al contrario, Busco reagisce con altrettanta violenza. E' la sera del 6 marzo 2017, in via Peucetia: sotto i colpi dei sicari cade Giuseppe Gelao, 39 anni, e viene gravemente ferito Antonino Palermiti, 31 anni, nipote di Eugenio detto “U’ nonn”, 65 anni, esponente di vertice del clan Parisi. I quattro sicari, nell’agguato, usano una mitraglietta “Skorpion” 7.65 mm ed una pistola semiautomatica 9x21 mm. Le successive indagini accertano che del commando facevano parte Antonio Busco, Davide Monti, Giuseppe Signorile e Nicola De Santis. Con una delle chiavi trovate addosso al cadavere di Gelao gli investigatori riuscono ad aprire il box nella sua disponibilità, in via Santa Teresa, nel quale vengono sequestrati tre motocicli rubati, più di 100 grammi di cocaina, un giubbotto antiproiettile, caschi, guanti ed una scatola di munizioni con all’interno 23 cartucce 9x21 mm. Il ritrovamento delle munizioni si rivela particolarmente importante. Infatti, le indagini balistiche della Polizia Scientifica dimostrao non solo che le cartucce sequestrate, particolarmente rare e del tipo “black mamba”, erano uguali a quelle utilizzate per uccidere BARBIERI, ma anche che presentavano lo stesso conio di produzione, lasciando ipotizzare il coinvolgimento di Gelao nell’omicidio Barbieri.

Il procuratore Giannella: "Japigia controllata dai clan con tecnologie avanzate"

La 'caccia all'uomo' e l'omicidio De Santis

I quattro sicari di Gelao vengono riconosciuti da  Antonino Palermiti e in seguito dagli altri componenti del clan (in primis Domenico Milella, nel frattempo scarcerato e probabilmente anch'egli tra gli obiettivi dell'azione di fuoco), attraverso la visione delle videocamere installate dal sodalizio sul perimetro dello stabile del Milella e attraverso la visione delle altre telecamere disseminate nel quartiere. Da quel momento inizia nel quartiere Japigia una caccia all’uomo. Che sfocia,  il tardo pomeriggio del 12 aprile 2017, nell'omicidio di Nicola De Santis, 29 anni, detto "il palestrato", colpito a morte in via Archimede da un commando munito di un fucile d’assalto AK 47 Kalashnikov e di 3 pistole semiautomatiche 9x21 mm, a bordo di un’Alfa Romeo 147 rubata. De Santis - hanno ricostruito gli investigatori - si trova in compagnia di Busco, Monti e Signorile (che riescono a fuggire) sotto casa dell’ultimo, in via Archimede.

Le intimidazioni per cacciare Busco da Japigia

A questa serie di scontri armati - hanno accertato gli investigatori - seguono una serie di azioni di forza tese a cacciare Busco ed i suoi da Japigia (cosa che alla fine effettivamente avviene), in perfetto stile mafioso, per il controllo incontrastato del territorio: tentativi di rintracciare e ad assassinare Busco, Monti e Signorile, nonché di allontanare dal quartiere Japigia tutti i loro familiari ed anche Giovanni Di Cosimo (risultato a loro vicino), incendi di autovetture (dei familiari di Busco e di Signorile, nonché della vedova di Barbieri e di sua sorella, colpevoli di aver augurato sui social networks, ai responsabili dell’assassinio del congiunto, analoga fine),  danneggiamenti ed incendi di immobili (la case a Japigia e a Torre a Mare di Antonio Busco e Giuseppe Signorile). Tra gli episodi, anche una 'stesa', in puro stile camorristico, come quella  della notte del 27 maggio 2017, in via Guglielmo Appulo, messa in atto da più di dieci persone armate, nei confronti di Di Cosimo, il quale già ristretto agli “arresti domiciliari”, viene di fatto costretto a tornare nel suo quartiere originario, Madonnella, e dopo ulteriori incursioni, ad evadere e rifugiarsi in Albania, dove  recentemente è stato arrestato. Altro atto di forza viene compiuto a danno di Giovanni Signorile, padre di Giuseppe il “Gommista”: durante la detenzione del figlio gli vengono rapinate due autovetture in officina, per la cui restituzione è costretto a pagare 25.000 euro.

Le imputazioni cautelari riguardano anche una serie di delitti di cessione, detenzione e porto di armi da fuoco, nonché evasioni dagli “arresti domiciliari”.

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