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Cronaca

Guerra di mala, sette arresti per l'omicidio Sifanno al San Paolo

Il nipote del boss Pinuccio Mercante fu freddato a colpi di kalashnikov la sera del 15 febbraio 2014: secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato eliminato dai tre clan alleati Telegrafo-Montani-Misceo per aver cercato di contrastare il loro dominio sul quartiere

Una condanna a morte emessa da tempo, decisa dai vertici dei clan Telegrafo e Montani-Misceo, alleati nel controllo delle attività illecite al San Paolo, per punire l'unico esponente di un clan rivale che continuava ad opporsi al predominio del gruppo. Questo, secondo gli investigatori, il contesto in cui matura l'omicidio di Donato Sifanno, nipote del boss Giuseppe Mercante, ucciso il 15 febbraio di un anno fa.

Quella sera il gruppo di fuoco porta a termine la sua missione, dopo aver già tentato in altre occasioni di eliminare Sifanno. Il 35enne è in via Abruzzi, al quartiere San Paolo, a bordo della sua Audi S6, nei pressi di una pizzeria. Il commando arriva a bordo di un'auto, lo affianca: uno dei sicari scende ed esplode 18 colpi di kalashnikov, una raffica che non lascia scampo alla vittima.

A distanza di un anno, gli uomini della Squadra Mobile guidati dal dirigente Luigi Rinella hanno chiuso le indagini, coordinate dalla Dda di Bari, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dei sette presunti responsabili dell'agguato. Si tratta di Giuseppe Misceo, 51 anni, Arcangelo Telegrafo, 23 anni, Francesco Mastrogiacomo, 25 anni, Emanuele Grimaldi, 46 anni (tutti già detenuti), Nicola Abbrescia, 31 anni, Paolo Misceo (figlio di Giuseppe), 26 anni, e suo cugino Domenico, 30 anni. Per tutti le accuse sono, a vario titolo, di concorso in omicidio con l'aggravante della finalità mafiosa, e di porto e detenzione di armi.

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L'uccisione di Sifanno avviene di sabato sera, nei pressi di un bar e di una pizzeria. Ma anche questa volta le indagini procedono senza alcuna collaborazione: nessun possibile testimone si fa avanti. L'attività investigativa però si interseca con altre indagini condotte dai carabinieri e dalla Finanza, che ha da poco arrestato Misceo per usura. Da alcune conversazioni intercettate emergono elementi importanti: il 'nulla osta' all'uccisione dato da Giuseppe Misceo - ritenuto il reggente del clan Montani-Misceo - durante un colloquio in carcere, la gioia ad omicidio compiuto degli affiliati, che parlano di "pasticcini" e "brindisi" per festeggiare. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Sifanno era nel mirino da tempo. Nei mesi precedenti era già riuscito a scampare ad altri agguati: il più recente a dicembre 2013 in via Don Gnocchi, quando a sparare sarebbe stato lo stesso gruppo di fuoco che entra in azione poi la sera del 15 febbraio. Il nipote del boss Mercante sa di essere sotto tiro, e nel suo stesso clan è sempre più isolato: molti dei suoi uomini passano con i rivali. Ma nonostante ciò non arretra. L'ultimo 'affronto' è diretto proprio al boss in carcere: qualche giorno prima dell'agguato in cui perderà la vita, Sifanno citofona alla moglie di Giuseppe Misceo e le rivolge pesanti insulti.

Ma a prescindere da questo episodio, sostengono gli investigatori, la morte di Sifanno era già stata decisa. Il nipote di Mercante era costantemente tenuto d'occhio, pedinato nei suoi spostamenti alla ricerca del momento opportuno per colpire. Questo ruolo di 'basisti' sarebbe stato svolto, nel gruppo degli arrestati, dai cugini Paolo e Domenico Misceo, mentre del commando avrebbero fatto parte Arcangelo Telegrafo, Francesco Mastrogiacomo, Nicola Abbrescia ed Emanuele Grimaldi, secondo gli inquirenti esecutore materiale del delitto.

Nel corso della conferenza stampa, il questore Antonio De Iesu si è soffermato sulla giovane età di quasi tutti gli arrestati: "Siamo in presenza - ha spiegato De Iesu - di clan di quartiere 'a geometria variabile', in cui le egemonie e le alleanze sono fragili. C'è sicuramente una componente giovanile che nella sua volontà di affermarsi nell'ambito delle dinamiche criminali non esita a consumare fatti di sangue, che incidono pesantemente sulla percezione di sicurezza da parte dei cittadini". E proprio alla cittadinanza il questore ha rivolto ancora una volta l'invito a collaborare: "Le forze dell'ordine ci sono e stanno ottenendo brillanti risultati - ha detto il Questore - abbiamo bisogno della disponibilità e del coraggio dei cittadini, anche in forma anonima. Questo è un messaggio non stereotipato, non formale, ma è un messaggio fatto con il cuore".

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