Attentato a Parigi, il racconto di una pugliese: “La Francia ha reagito da Stato Forte, ma abbiamo avuto paura”

Daniela Ventrelli, nata a Bari, oggi lavora al CNRS di Parigi per un progetto di ricerca. "La manifestazione di domenica mi ha trasmesso sicurezza, però occorre arginare un certo fanatismo religioso"

Daniela è nata a Bari ma da alcuni anni vive in Francia dove lavora nella materia che ha sempre amato: l’archeologia. Dopo essersi laureata e specializzata presso l’Ateneo di Bari, si trasferisce a Parigi, dove svolgerà un post dottorato sulle iscrizioni in greco presenti sulle terrecotte tarantine e sui vasi della collezione Jatta-Bonelli di Ruvo.

Nel 2013 è stata l’unica italiana tra i dieci vincitori del concorso di ricerca 'Emergence(s)', promosso dal Comune di Parigi, con il suo progetto quadriennale “Rubi Antiqua” che punta a rinnovare l’interesse sull’archeologia e sul collezionismo dell’Ottocento tra Italia e Francia, attraverso l’osservatorio del sito ruvese.

Dopo le festività natalizie trascorse in Puglia, Daniela è tornata a Parigi per rimettersi a lavoro. Non sapeva che si sarebbe trovata a vivere sulla sua pelle le convulse giornate che hanno scioccato il mondo. L’attentato presso la redazione di Charlie Hebdo, la fuga degli attentatori, l’irruzione della polizia nel Kosher market. E poi la manifestazione di piazza, dove milioni di persone hanno sfilato per la libertà insieme a buona parte dei Capi di Stato occidentali.

Come hai vissuto quelle giornate?
"Parto da una premessa: non conoscevo Charlie Hebdo anche perché poco diffuso tra gli stessi francesi. Il mio giornalaio mi ha raccontato che ogni settimana richiedeva cinque copie del giornale e che ne riusciva a vendere al massimo una. Ora invece vanno a ruba tanto che hanno aumentato la tiratura nell’ordine di milioni di copie. L’attentato è stato un fulmine a ciel sereno per la città di Parigi. La paura scorreva minuto dopo minuto per le strade della città e man mano che venivano pubblicate le notizie cresceva questo stato di allarme diffuso. Ci siamo sentiti tutti coinvolti e da subito è emersa la volontà di mandare un segnale chiaro a tutto il mondo. Il Paese non solo si è raccolto attorno al lavoro dei vignettisti di Charlie Hebdo tragicamente scomparsi, ma ha anche dimostrato di voler difendere a tutti i costi uno dei principi saldi della sua Costituzione: la libertà.

Come questo attentato sta cambiando la vita dei francesi?
"Parlo della mia esperienza. Nel dipartimento universitario in cui lavoro, dal giorno successivo all’attentato, siamo perquisiti all’ingresso presidiato costantemente e ciò rappresenta una novità assoluta per me che ho da subito apprezzato la grande libertà che si respira in Francia. Ieri al cinema ho visto un film molto intenso sulla Jihad,  Timbuctù,  diretto dal regista franco-mauritano Sissako. Prima di entrare nella sala di proiezione tutti gli spettatori sono stati perquisiti e non mi era mai capitato prima. E’ un film di cui è stata vietata la proiezione nei quartieri di periferia della città, dove maggiore è la presenza delle comunità islamiche. A Parigi ho molti amici musulmani integrati appieno nella società da numerose generazioni, ma esiste anche una realtà che alimenta un certo fanatismo religioso e che non accetta fino in fondo i valori di libertà e laicità che fanno parte della storia di questo Paese”.

Nell’opinione pubblica francese che idea sta emergendo? Il Fronte National chiede l’introduzione della pena di morte: ritieni che ci possa essere un avvitamento su posizione di chiusura nei confronti dei flussi migratori?
"Ne dubito fortemente. In Francia siamo arrivati almeno alla quinta o sesta generazione di migranti che hanno deciso di radicarsi qui e sono pienamente introdotti nella vita pubblica del Paese. Mi è piaciuta la posizione di Hollande che ha ribadito il valore dell’accoglienza ma, allo stesso tempo, ha evidenziato l’importanza della laicità dello Stato che è un valore che nessuno può mettere in discussione. In questi giorni ho letto l’incredibile racconto di uno degli ostaggi di Coulibaly. Pare che il terrorista abbia domandato a tutti il nome, la provenienza e il  credo religioso, cosa che li ha stupiti non poco. Una testimonianza toccante che evidenzia come questi attentatori abbiano una visione della vita per cui il credo religioso prevale sul valore supremo della persona in quanto tale".

C’è ancora paura?
"Nei giorni immediatamente successivi all’attentato ho avuto paura. Ma dopo la manifestazione di domenica scorsa ho avuto la sensazione di non essere sola. La Francia è un grande Stato e sta reagendo a testa alta contro chi ha voluto diffondere panico e terrore. Per questo sono serena e non ho più paura

Secondo alcuni analisti, quanto avvenuto va letto anche come il segnale di una mancata integrazione socio-economica. E la realtà drammatica delle banlieue lo dimostrerebbe. Condividi?
“In parte. Parliamo di un fenomeno molto complesso che non credo possa essere circoscritto alla realtà che si vive nelle banlieue, dove certamente ci sono condizioni difficili e dove soprattutto c’è un grande bisogno di speranza nel futuro. Vorrei aggiungere una cosa..."..

Prego?

“In generale è necessario molto rispetto reciproco, per la religione, per la cultura d’origine, per l’etnia di ciascuno. Condivido appieno il pensiero di  Hollande per il quale  la laicità dello Stato é imprescindibile. Non possiamo accettare che dei vignettisti vengano uccisi soltanto per aver ironizzato  su un soggetto religioso, che sia un Profeta, un Papa, un Imam piuttosto che un Rabbino. La libertà non può essere messa in discussione. I parigini, solitamente distanti, dopo questo attentato sembrano più uniti e attenti all’altro, e ciò mi fa ben sperare".

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Passando a te come hai vissuto l’arrivo a Parigi?
"Molto bene, sono contenta di come procede il lavoro. L’aspetto più appagante della vita a  Parigi, da un punto di vista professionale, è quello di essere considerati per quello che vali, per quello che sei e per quello che proponi".

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