Corniciaio ucciso a Valenzano, spunta l'ipotesi vendetta dei clan

Le motivazioni della sentenza di Appello che ha assolto il suocero, condannato in primo grado per l'omicidio. Secondo i giudici l'omicidio potrebbe essere una vendetta per le denunce fatte dalla vittima nel 2005, nove anni prima della sua uccisione

La vittima, Alessandro Leopardi

Potrebbe essere stata una vendetta per la denuncia fatta nove anni prima, il movente dell'omicidio del corniciaio 38enne Alessandro Leopardi, ex testimone di giustizia ucciso nell'ottobre del 2014 a Valenzano. È una delle ipotesi contemplate dai giudici della Corte di Assise di Appello di Bari, che nelle motivazioni per l'assoluzione del suocero di Leopardi, il 70enne Rocco Lagioia, scrivono che "Il mero decorso del tempo non appare essere di per sé un ostacolo alla realizzazione di ritardata vendetta".

Nel 2005 Leopardi aveva denunciato una tentata estorsione, che portò all'arresto di uomini vicini alla criminalità organizzata barese. E secondo i giudici "non può essere privo di significato il fatto che ripetutamente Leopardi aveva manifestato alla moglie il timore di ritorsioni da parte degli affiliati al clan", come confermato anche dal padre, che agli inquirenti aveva riferito dell'ossessione del figlio per eventuali ritorsioni.

Se l'omicidio - e il ritrovamento del corpo carbonizzato e ridotto in frammenti pochi giorni dopo il fatto - fosse effettivamente una vendetta dei clan, non è ancora chiaro. I giudici dell'Appello hanno invece estromesso dalle accuse il suocero, che in primo grado era stato condannato a 16 anni di reclusione per omicidio volontario e occultamento di cadavere. Nelle motivazioni della sentenza si motiva l'assoluzione perché "il fatto non sussiste". Inoltre parlano di un “quadro nebuloso”, nel quale non è stata fornita “alcuna certezza in ordine alle cause, all’ora e al luogo della morte della vittima”. "Inconsistente" anche il movente che aveva portato ad accusare il 70enne: i rapporti conflittuali tra vittima e suocero. "Sicuramente – scrivono i giudici – non vi erano motivi di rancore così profondi da spingere l’imputato a deliberare l’omicidio del genero".

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