Cronaca

Dottoressa uccisa, l'assassino resta in silenzio: "Di quel giorno non ricordo nulla"

Questa mattina l'udienza di convalida dell'arresto: Poliseno si è avvalso della facoltà di non rispondere. La rabbia del marito di Paola Labriola in un'intervista al Tgr Puglia: "Non si può morire di lavoro"

Dice di non ricordare nulla, di non sapere come sia successo. E nell'interrogatorio di convalida dell'arresto, avvenuto questa mattina davanti al gip Giulia Romanazzi, si è trincerato ancora dietro il silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Al suo difensore, Vincenzo Poliseno, il 44enne arrestato per l'omicidio della psichiatra Paola Labriola, continua a ripetere sempre le stesse frasi: "Non ricordo, non me ne sono reso conto, non so come sia successo". "E' confuso, assente", ripete il legale ai giornalisti. Fino ad oggi, nessuno dei familiari dell'uomo ha contattato il difensore, e lo stesso Poliseno, nel suo ultimo colloquio con il legale, ha fatto capire di non avere contatti con i suoi parenti. Ora toccherà al giudice convalidare l'arresto ed emettere contestuale ordinanza di custodia cautelare per Poliseno, che al momento è accusato di omicidio volontario e porto abusivo di arma da taglio.

FIORI E MESSAGGI PER PAOLA - Intanto in via Tenente Casale il centro di salute mentale in cui lavorava la dottoressa Labriola resta chiuso. Riaprirà lunedì prossimo. Mentre davanti all'ingresso aumentano i mazzi di fiori e i biglietti di cordoglio. "Sei stato il mio angelo" è la frase che accompagna un mazzo di gerbere fucsia. "Paola è l'ultima persona al mondo che meritava una fine così violenta. Noi la terremo sempre con noi", firmano in tre accanto a un mazzo di fiori bianchi.

IL DOLORE DEL MARITO - "Sono arrabbiato perché non si può morire di lavoro". ''Paola era una persona speciale ma aveva paura per la violenza che c'è in quel quartiere. Ora adottano misure di sicurezza ma non mi interessano perché mia moglie non c'è più''. C'è rabbia e amarezza nelle parole che Vito Calabrese, il marito della psichiatra Paola Labriola, ha pronunciato ai microfoni del Tgr Puglia. E in un'intervista pubblicata questa mattina dal Corriere della Sera Calabrese ripercorre quei drammatici momenti, la scelta di portare i figli sul luogo dell'omicidio. "Credo che conoscere la verità per i bambini sia meglio che immaginarla e scoprirla col tempo, soprattutto in una fase delicata come l'anticamera dell' adolescenza''. ''Volevo essere - ha detto - più veloce di internet. Sapevo che erano a casa con la donna delle pulizie perché anche io ero al lavoro e ho pensato con terrore che avrebbero potuto scoprire la verità su Facebook. Da soli. Senza nessuno accanto. Allora sono corso da loro. La mamma è morta, gli ho detto, è stata uccisa da un paziente. Poi li ho portati a vedere dove era successo. In quei momenti è difficile ragionare. Ho preso quella decisione e non me ne pento. Avrebbero saputo tutto prima o poi, delle coltellate, della ferocia. Ho preferito che piangessero con me, che crollassero subito fra le mie braccia. E così è stato''. ''Sono un padre protettivo - ha proseguito Calabrese - ma dovevo fare così. Il centro dove la mamma prestava servizio lo avevano visto un paio di volte quando insieme eravamo passati a prenderla alla fine del turno. Siamo rimasti fuori, senza entrare. Erano impietriti. La sera del delitto siamo tornati a dormire a casa. Anche quello era necessario. Immagini la nottata che abbiamo passato. La nostra vita, straziata, continua''.

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