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Palazzina dei 'tumori' di viale Archimede, l'appello dei residenti: "Giocare sul tempo per evitare altre morti"

Il giorno dopo l'archiviazione dell'inchiesta nella quale la Procura punta il dito sulla discarica della Montagnola, gli inquilini e l'avvocato Laforgia chiedono di riaprire il caso: "Servono indagini epidemiologiche"

"La paura c'è sempre. I residenti hanno paura di ammalarsi, ed è abbastanza normale quando il 90% degli inquilini è rimasto coinvolto a causa della malattia che può aver colpito personalmente o un parente". Il pensiero non va mai via dalla vita quotidiana nei 27 appartamenti del palazzo di viale Archimede 16 a Japigia, dove, da alcuni decenni, sono stati registrati almeno 21 casi di tumore, molti dei quali mortali. Patologie, secondo la magistratura, da attribuire alle sostanze tossiche sprigionatesi dalla discarica di via Caldarola, distante poche centinaia di metri in linea d'aria e da un soffio di vento. Uno scirocco che, folata per folata, anno per anno, avrebbe scaricato materiale pericoloso per la salute, attraverso un'esposizione continua, inconsapevole e fatale, limitata proprio a quella palazzina. I risultati delle analisi effettuate nel corso dell'inchiesta della Procura, infatti, avrebbero accertato la presenza di diossina su una delle facciate dell'edificio.

I residenti: "Vedevamo fuochi dalla montagnola"

Questa mattina il Comitato dei residenti ha incontrato la stampa assieme all'avvocato Michele Laforgia. Il tutto all'indomani dell'archiviazione chiesta dal pm Baldo Pisani che per più di un anno ha coordinato un'inchiesta approfondita: nessuno risulta al momento indagato ma gli inquirenti sono convinti del ruolo dannoso della vecchia discarica, chiusa nel 1971 ma messa in sicurezza definitivamente a partire dal 1989 fino al 1997 con la realizzazione del parco di 'Ecopoli'. Nel lontano 1982, anno in cui le chiavi degli appartamenti della palazzina di edilizia popolare sono state consegnate agli inquilini, la situazione in viale Archimede era completamente diversa da quella attuale. L'area non aveva né il Polivalente, nè il Palaflorio. Tutt'attorno un contesto decisamente periferico, con scarsa illuminazione e nessuna attività commerciale. Nella discarica chiusa, secondo testimoni, ogni tanto si bruciava qualcosa: "A volte - spiega il signor Antonio Magliocchi - vedevamo alcuni fuochi e sentivamo cattivi odori, ma non ci siamo mai resi conto del problema, almeno inizialmente". I dubbi sono cominciati ad affiorare quando, dagli anni '90 in poi, vi sono stati sempre più casi di tumori tra gli inquilini: neoplasie particolari e letali, anche rare, come quelle all'ipofisi e linfomi di non Hodgkin. L'ultima diagnosi, risale a una settimana fa, e riguarda una donna di circa 50-60 anni.

Laforgia: "Servono indagini epidemiologiche"

La preoccupazione maggiore, come conferma il medico legale Davide Ferorelli, è il periodo di latenza della malattia, che può andare anche "da 10 a 40 anni a seconda della tipologia": nonostante la bonifica, dunque, i casi di cancro e le neoplasie potrebbero manifestarsi nel prossimo futuro, a prescindere dalla messa in sicurezza della discarica o della palazzina dove vi sarebbe, secondo studi, un rischio tumori quadruplicato rispetto alla media della provincia di Bari. Per questa ragione, il locale comitato vuole chiarezza. Al loro fianco, l'avvocato Michele Laforgia: "E' una gigantesca questione di carattere pubblico - spiega -, con diversi interrogativi. Com'è stato possibile costruire un edificio di edilizia popolare in una zona con una discarica a cielo aperto? E questa com'è stata gestita dopo il 1971, anno della chiusura? Com'è stato possibile rilasciare un parere dell'ufficiale sanitario e dell'epoca e come sia stato reso commercializzabile un immobile tutt'ora sprovvisto del certificato di abitabilità. Riteniamo che la magistratura debba agire con maggiore incisività - sostiene - . Servono indagini epidemiologiche anche per capire se c'è un rischio tumori per le palazzine adiacenti e per le scuole".

Obiettivo mappare la zona e scoprire eventuali situazioni simili

A tal proposito, il comitato di residenti potrà cominciare a lavorare anche per 'mappare' la zona, cercando di scoprire se ci sono casi analoghi di palazzine colpite da numerosi casi di tumore: "Dobbiamo giocare sul tempo - spiega Licia Magliocchi, presidente del Comitato Archimede 16 - e prevenire altre malattie, anche attraverso diagnosi precoci. Se c'è qualcuno disposto a farsi avanti, che abita negli edifici vicini, siamo pronti ad ascoltarlo, per combattere tutti insieme. Bisogna tutelare la salute, è una priorità". Un bisogno imprescindibile, anche prima di cercare i colpevoli di una vicenda disseppellita dalla terra e dal tempo, lutto dopo lutto.

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