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Tra quarantena, attese, telefonate senza risposta e informazioni confuse: l'odissea per un tampone al rientro dalla Grecia

A raccontare la propria esperienza è su Fb Raffaello Tullo, leader della Rimbamband: dalla vacanza in barca a vela, "una specie di quarantena in mezzo al mare", al ritorno in Puglia tra obbligo di isolamento, indicazioni carenti e contrastanti, e il test (negativo) al 'Di Venere', in condizioni non esattamente 'anticovid'

"Faccio outing. Sono stato in Grecia. Quest’anno. Sì, sono uno dei deficienti, incoscienti, egoisti e viziati che hanno deciso di andare in Grecia in tempi di pandemia". Comincia così il lungo post di Raffaello Tullo, leader della Rimbamband, che su Fb ha deciso di raccontare l'esperienza vissuta al rientro da uno dei Paesi 'a rischio' per il ritorno dai quali, lo scorso 11 agosto, la Regione Puglia ha istituito l'obbligo di quarantena.

"Siamo stati 5 giorni. Non in Grecia, ma nel mare greco. In rada e in navigazione, senza mai toccare terra. Una specie di quarantena in mezzo al mare. Vacanza sicura, economica e di avventura", prosegue Tullo, raccontando poi di aver preso la sera dell'11 agosto (la stessa in cui è stata emanata l'ordinanza regionale) un traghetto per Bari "semideserto. Tutti distanziati, e con la mascherina sul volto. Mi fanno compilare un modulo in cui mi chiedono se ho sintomi riconducibili al coronavirus". "Arrivo a Bari e per tornare a casa, passo dalle spiagge baresi che traboccano di gente - rileva Tullo - Tutti ammassati. Ma vabbè".

A quel punto, insieme alla quarantena, scatta la complicata ricerca di informazioni: "Chiamo insistentemente il numero verde per emergenza coronavirus regione Puglia per 2 ore. Non mi risponde mai nessuno. Chiamo tutte le asl della provincia per chiedere info. Nessuna risposta. Riesco a parlare dopo ore di tentativi con la asl di Foggia. Spiego la situazione alla tipa e chiedo: se faccio il tampone e risulta negativo, posso sospendere la quarantena? La risposta è: no. Non capisco. Ma mi attengo alle regole. Mi autosegnalo sul sito indicato dal decreto e mi metto in quarantena". 

Alle difficoltà nel cercare di capire le procedure da seguire, si sommano quelle legate all'organizzazione del lavoro: "Chiamo tutti gli organizzatori degli spettacoli che avrei dovuto tenere nei giorni successivi e chiedo loro di annullare o spostare gli eventi. Alcuni annullano. Altri spostano. Intanto faccio un post dalla pagina rimbamband in cui spiego i motivi per cui alcune date sono spostate o annullate. In molti mi insultano, dandomi del cretino e del deficiente, perché sono andato in Grecia. Altri mi linkano una integrazione di decreto (uscita proprio in quell’istante) che prevede la sospensione della quarantena in caso di tampone negativo. E poi altri insulti. Cancello il post e provo a chiamare la asl per richiedere il tampone, con lo scopo di sospendere la quarantena e lavorare. Dopo ore di tentativi, mi risponde una tipa in evidente stato confusionale, che ad ogni mia richiesta di informazione, chiede lumi a qualcun altro lì vicino. Da questa confusa telefonata capisco che il tampone posso farlo, ma devono chiamarmi loro e lo faranno ENTRO 72 ore dall’arrivo in Puglia. Intanto, quarantena".

Intanto i giorni passano ma dalla Asl non si fa vivo nessuno, fino alla 'scoperta' della drive in clinics attivata al Di Venere (anche se la realtà si rivela diversa): "Passano 72 ore ma nessuno mi chiama. Ne passano altre 48. Chiamo la asl, ma non risponde nessuno. Richiamo il numero verde emergenza coronavirus: disattivato. Quarantena. Intanto, mi imbatto in un video di Lopalco che specifica che il tampone può essere fatto solo dopo le 72 ore e non entro. Quindi, devo aspettare che mi chiamino loro. Ma non mi chiama nessuno. Vengo a sapere per puro caso che all’ospedale Di Venere effettuano tamponi in modalità drive in clinics, cioè direttamente in macchina, a tutti quelli che si presentano e che si sono segnalati come  provenienti dalle zone a rischio. Vado al Di Venere. I tamponi non li fanno in macchina, ma bisogna mettersi in coda. Mi fanno compilare altri due moduli, in cui mi chiedono sempre la stessa cosa: se ho sintomi riconducibili al coronavirus. Mi metto in coda. Distanziato. Intanto, arrivano persone sintomatiche. Il tipo che fa i tamponi infila un termometro nell’orecchio di uno che dice di avere febbre e di non sentire i sapori e gli odori. E poi, sempre lui, maneggia tessere sanitarie dei “tamponati”, presta penne per la compilazione dei moduli e, alla fine, ti mette il tampone in bocca. Perfetto. Lui indossa i guanti. Lui si protegge, ma non protegge i pazienti. Faccio notare che questo modo di lavorare è molto più rischioso del mio viaggio in Grecia. Lui non dice nulla. Ma il suo sguardo tradisce rassegnazione. Gli chiedo di cambiare i guanti prima di fare il tampone a me. Cambia i guanti. Mette quelli blu. Faccio il tampone".

Quindi, l'epilogo della vicenda, non prima dell'ennesima telefonata senza risposta: "Quando e come posso ritirare l’esito? Chiedo. Una tipa mi dice che un delegato può venire a ritirare l’esito l’indomani con una delega firmata. Il suo collega, invece, sempre quello dei tamponi, mi dice che posso venire io personalmente. Boh. Mi danno anche un numero di telefono da chiamare dopo le 20 per chiedere ragguagli sull’esito del tampone. Chiamo dopo le 20. Nessuna risposta. Stamattina mi reco presso l’ospedale Di Venere e ritiro l’esito del tampone. Negativo. Fine della storia".
 

(foto di repertorio)

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