Economia

Nell'anno della pandemia occupazione al 53% a Bari: per l'Istat è la migliore tra le grandi città del Sud Italia

Nel report relativo al quarto trimestre, cala anche la disoccupazione rispetto al 2019, arrivando al 9,3%. I sindacati però avvertono: "I dati vanno presi con le pinze"

Nel 2020 a Bari il tasso di occupazione è del 53,3%, il più alto tra le grandi città del Sud e in leggera crescita rispetto al 2019, a fronte di un calo a livello nazionale dell’1,8%. Parallelamente il tasso di disoccupazione si attesta al 9,3%, diminuendo di quasi un punto percentuale rispetto all’anno precedente. A certificarlo sono i dati Istat, nel report relativo al quarto trimestre dello scorso anno. Numeri che fotografano nell’anno della pandemia il dato migliore degli ultimi 15 anni, paragonabile solo a quello del 2008, prima della crisi finanziaria, in cui era del 9,7%.

Numeri che però il sindacato Uil Puglia invita a prendere con le pinze, come spiega il segretario generale, Franco Busto: "Ci sono tanti fattori in gioco, a conseguenza dell’emergenza pandemica, che potrebbero aver influito sulle tendenze numeriche - ricorda - È indubbio che misure, fortemente volute dal sindacato, come il blocco dei licenziamenti o la proroga degli ammortizzatori sociali, abbiamo giocato un ruolo fondamentale. Senza il blocco dei licenziamenti, infatti, probabilmente la situazione sarebbe stata ben diversa, considerando la profonda crisi economica che l’emergenza Covid ha causato". Per il sindacato, inoltre, bisogna considerare che tanti lavoratori che hanno comunque perso il proprio posto di lavoro non si sono ancora iscritti alle liste di collocamento, a causa delle restrizioni, "magari solo per timore di raggiungere gli uffici preposti o per le complicanze dovute allo svolgimento di tante attività di servizio pubblico in smart working e online" spiega il segretario. "Certo è – conclude Busto – che ora bisogna attivarsi affinché chi il posto di lavoro ancora ce l’ha, almeno sulla carta o grazie al supporto della cassa integrazione possa conservarlo nel prossimo futuro, quando l’emergenza sarà passata e, quindi, le misure di contenimento verranno meno. Così come bisogna affrontare la questione dei nuovi lavori che la pandemia per forza di cose imporrà al mercato economico e produttivo. In tal senso, gli investimenti delle risorse europee disponibili nel programma Next Generation saranno fondamentali".

I dati pugliesi 

Andando a guardare i dati regionali, in Puglia il tasso di occupazione è del 46,1% nel 2020, con la provincia di Bari al 52,5%, seguita da Brindisi (46,9%), Taranto (45%), Lecce (43,6%), Bat (42,6%) e Foggia (39,3%). Anche sul tasso di disoccupazione (in Puglia al 14%) la provincia di Bari è quella con il dato più performante (10,1%), seguita da Taranto (11,3%), Brindisi (11,7%), Bat (13,1%), Lecce (16,2%) e Foggia (24,7%). “I dati diffusi dall’Istat relativi alle dinamiche del mercato del lavoro nel quarto trimestre 2020 risentono inevitabilmente dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria che ancora stiamo vivendo, e a nostro avviso comunque certificano una sofferenza che vive la Puglia in termini occupazionali - il commento del segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, che poi commenta anche i risultati della Città metropolitana barese: "

ra i dati positivi quello relativo alla città metropolitana di Bari: "È vero che l’Istat ci dice che il numero totale di occupati rimane stabile, 113mila unità, nel 2020 come nel 2019, mentre il tasso di disoccupazione cala. Ma questo dato cala perché misura il rapporto tra persone in cerca di occupazione e forza lavoro - spiega - Quindi, a parità di occupati, aumentano le persone che un lavoro non  lo cercano più, infatti il tasso di inattività passa dal 40,5 al 41%. Numeri non bassi se pensiamo che al Sud fanno peggio solo le città di Napoli, Palermo e Catania, mentre il tasso di inattività nel centro nord oscilla tra il 24 e il 29%". Stessa dinamica, ricorda la Cgil Puglia, che si osserva a livello nazionale, dove nel 2020 a fronte di un calo dell’occupazione di 456 mila unità si è associata una diminuzione della disoccupazione, perché vi è una forte crescita del numero di inattivi. "La domanda che dobbiamo farci è perché le persone non cercano più lavoro – commenta Gesmundo -. Magari perché sono donne, le più colpite dalla pandemia - il 70% dei posti di lavoro persi in Italia nel 2020 hanno riguardato donne -, perché soprattutto su di loro è ricaduto il lavoro di cura durante la pandemia, dall’assistenza ai figli costretti a casa con le scuole chiuse o agli anziani non autosufficienti. Ma non si cerca più lavoro anche perché sfiduciati, perché stanchi di lavori precari, sottopagati, in grigio, che non permettono di vivere degnamente, che magari non riconoscono i titoli e i percorsi formativi su cui si è investito". E allora alcuni dati vanno aggiunti per fotografare meglio il mercato del lavoro pugliese, “dal punto di vista qualitativo oltre che quantitativo. La Puglia è tra le ultime regioni in Europa per divario di genere, cioè tra occupazione maschile e femminile, quasi 30 punti percentuali. Ancora, in Puglia abbiamo il 17% dei dipendenti con bassa paga – peggio in Italia fanno solo Sicilia, Calabria e Campania – vale a dire persone che hanno una retribuzione oraria inferiore dei due terzi a quella mediana. Sempre la Puglia con il 25% è la seconda in Italia per lavoratori che da almeno cinque anni sono impegnati con contratti a termine sul totale dei dipendenti a tempo determinato. Un precariato infinito, dove non si intravede mai stabilizzazione. Infine, abbiamo il 24% dei lavoratori sovraistruiti, cioè che possiedono un titolo di studio superiore a quello mediamente necessario per la mansione che svolgono". "Abbiamo un mercato del lavoro dove prevalgono rapporti precari con paghe basse, e il vero dramma oggi è che si è poveri anche lavorando, specie i giovani, che sono diventati la fascia d’età più colpita dal rischio povertà, e che la domanda di lavoro da parte delle imprese è ancora una domanda di bassa qualità. In questo senso lo sforzo che va compiuto con l’utilizzo dei fondi e le progettualità a valere sulle risorse del Recovery, è di innalzare la qualità dei processi e dei prodotti del sistema pugliese, in modo da attrarre lavoro qualificato e stabile. Investendo in innovazione e frenando l’emorragia sociale dell’emigrazione giovanile. Puntando a colmare il divario di genere, potenziando reti e infrastrutture. Perché solo il buon lavoro e l’occupazione di qualità trascina sviluppo, produttività delle imprese, aumento della ricchezza generale. Da qui la proposta di lavorare assieme, istituzioni e parti sociali, per costruire quello che abbiamo chiamato Patto per il lavoro e lo sviluppo sostenibile, che disegni un futuro di crescita economica e sociale per i nostri territori".

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