Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Economia

Puglia tra le peggiori d'Europa per il lavoro delle donne. Dalle Oss alle navigator, la Cgil presenta le loro storie

La segretaria Filomena Principale: "Il divario è di 27 punti percentuali, l'occupazione è del 60,7 per cento tra gli uomini e del 33,2 per le donne, che guadagano il 10 per cento in meno dei loro colleghi"

Storie di donne precarie. Da assistenti sociali a operatrici socio sanitarie in prima linea nella battaglia contro il Covid negli ospedali pubblici, alla navigator. Tutte impiegate in istituzioni pubbliche, dall’Asl alla Provincia, all’agenzia per il lavoro. Si chiamano Sabina, Fabiola ed Elisabetta. Storie di persone dietro ai numeri, che vedono la Puglia quinta tra le peggiori regioni in Europa per le differenze di genere nel mondo del lavoro. Solchi per qualità del lavoro, precarietà e, di conseguenza, il reddito. A presentarle è stata la Cgil regionale, che teme l’orizzonte della fine del blocco dei licenziamenti del 31 marzo e la perdita di lavoro di migliaia di pugliesi. La differenza occupazionale è evidente, come spiega Filomena Principale, della segreteria regionale: “Tra donne e uomini il divario è di 27 punti percentuali. Il tasso di occupazione è del 60,7 per cento per gli uomini e del 33,2 per cento per gli uomini. Tra le prime dieci province italiane ce ne sono ben tre pugliesi: Taranto, Bat e Foggia. Inoltre le donne guadagnano il 10 per cento in meno dei colleghi uomini”.

Il tutto senza considerare la condizione del lavoro femminile spesso inconciliabile, per mancanza di strutture e servizi adeguati, con il ruolo di madre. Ne è testimone Sabina Dell’Olio, una degli 800 Operatori socio sanitari precari di Puglia, al lavoro in piena emergenza Covid nel reparto infettivi dell’ospedale di Bisceglie dal 31 gennaio scorso rimasta senza contratto. “Sono indignata – spiega – perché non mi aspettavo di essere abbandonata così dalle istituzioni. Assieme ai miei colleghi mi sento tradita dalla pubblica amministrazione. Con la selezione dopo l’avviso ci hanno catapultati in 48 ore a far fronte alla prima ondata della pandemia. Abbiamo lottato assieme a medici e infermieri, assistito i pazienti. Metà di noi si sono anche infettati e ora, alla scadenza del contratto, ci ritroviamo senza lavoro, sostituiti dai primi risultati idonei nel concorso bandito dall’Asl di Foggia. Ma non ce l’ho con i colleghi subentrati, ma con chi ci ha di fatto abbandonati”.

La sua testimonianza su ciò che è accaduto nella Bat segue quella di altre operatrici socio sanitarie (oss) arrivate a Bari da Brindisi. Le Asl delle due province non hanno rinnovato loro il contratto, anche se con anzianità lunga anni, e ora si ritrovano senza lavoro. Va meglio, invece, a Bari, dove gli oss precari hanno usufruito di una proroga di due mesi. “Una vicenda complessa che reclama una risposta e una assunzione di responsabilità politica - ha sottolineato Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia - siamo in una fase di conflitto tra lavoratori che legittimamente ambiscono a un’occupazione. Chi ha lavorato duramente per il servizio pubblico durante i difficili mesi della pandemia, e chi ha vinto un concorso o è stato dichiarato idoneo e ritiene di aver maturato dei diritti. Questo ha prodotto una scelta differenziata di due Asl anche perché c’è una Regione che ha rinunciato a governare in modo omogeneo questo processo. Una linearità avrebbe consentito a tutti di avere contezza dei propri diritti e dei propri doveri. In un settore - ricorda Gesmundo - come quello della sanità che in Puglia tra pubblico e privato registra una grave carenza di organici”. Ma la condizione del lavoro femminile, anche nel capoluogo pugliese non è delle migliori. Lo testimonia il racconto di Elisabetta Romito, 42enne laureata in scienze politiche, una dei 248 navigator della regione. Ha superato come gli altri la selezione per essere impiegata nelle politiche attive del lavoro in favore di chi usufruisce il reddito di cittadinanza.

“Non siamo nullafacenti – spiega – come ci hanno etichettati, ma una risorsa. Siamo per lo più laureati, abbiamo lavorato e fatto esperienza. Io ho alle spalle 17anni in un call center dell’Inps. Eppure siamo stati oggetto di una campagna di denigrazione, figli di generazione sfortunata. Dal 31 marzo, con la fine del blocco dei licenziamenti per l’emergenza Covid, potremmo essere utili a tanti, se si hanno presenti i dati allarmanti sul numero di persone che rischiano di perdere il lavoro”.

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