Il Primo Maggio nel tempo del Covid, tra scenari di crisi e fase 2: "Per ripartire servono nuovi modelli di sviluppo"

Una Festa dei lavoratori stravolta dalla pandemia, tra attività ferme e previsioni economiche pesantissime per il futuro, mentre l'avvicinarsi della 'fase 2' mette al centro il tema della sicurezza sul posto di lavoro e la necessità di ripensare modelli produttivi e sociali

Un Primo Maggio senza manifestazioni di piazza né cortei, come necessariamente imposto dall'emergenza sanitaria in atto, in cui le iniziative si spostano sul web e sui social. Ma nonostante questo un Primo Maggio ancora più carico di riflessioni, accompagnato, quest'anno più che mai, da interrogativi e dibattiti aperti sul futuro. Perché nell'Italia dell'emergenza Covid-19, la Festa dei lavoratori cade tra il pieno lockdown, con la quasi totalità delle attività produttive ferme, e la vigilia di quel 4 maggio che segnerà l'inizio della 'fase 2', il primo  step verso la ripresa e l'allentamento delle restrizioni.  Una ripartenza che vede al centro, più che mai, il tema del lavoro, con le aziende che gradualmente potranno, secondo il calendario stabilito dal governo, riprendere le attività, mentre previsioni e dati disegnano l'impatto - pesantissimo - dello stop forzato sull'economia.

La 'fase 2', il lavoro e la sicurezza

In un momento in cui i rischi legati a contagi e diffusione del Covid sono tutt'altro che superati, e misure di protezione e di distanziamento sociale restano l'unica arma per fronteggiare il virus, provare a far ripartire il lavoro non può prescindere dal tema della sicurezza. Un punto su cui anche a livello locale si susseguono i confronti tra aziende, sindacati, istituzioni. "Oggi più che mai, il valore della sicurezza diventa l'architrave della rinascita economica e del tessuto produttivo delle nostre imprese - afferma Giuseppe Boccuzzi, segretario generale della Cisl Bari - In questi anni troppo frequenti sono state le violazioni in materia di sicurezza per i lavoratori: troppa trascuratezza, troppa voglia di non rispettare le norme, considerando la sicurezza un costo piuttosto che un valore e altrettanto un obbligo. Ecco perché oggi bisogna stare più che mai attenti: perché quella debolezza strutturale che fino a qualche mese fa ammazzava mediamente tre persone al giorno in Italia non scompare, e se sommata alla mancata applicazione dei protocolli anti-Covid, che sono obbligatori, rischia far implodere definitivamente il sistema. Per questo, laddove ripartiremo, dobbiamo cercare di mettere al centro, piuttosto che la ricerca del ricavo a tutti i costi, la ricerca della sicurezza a tutti i costi". In un recente incontro in Prefettura, i sindacati hanno proposto, accanto ai comitati territoriali previsti dalle norme che dovranno vigilare sull'applicazione delle misure anti-Covid, la sottoscrizione di protocolli di sicurezza calibrati sulla base della realtà produttiva locale. "Stiamo lavorando in sinergia con Prefettura e Regione per poter mettere quanta più sicurezza possibile nelle attività che ripartiranno - dice Franco Busto, segretario generale della Uil Puglia e Bari-Bat - pur sapendo che per quanta sicurezza noi ci possiamo mettere l'imprevisto, in questo caso il contagio, è dietro l'angolo. Non deve passare assolutamente l'idea che ne siamo fuori". 

Il post Covid e l'esigenza di un nuovo modello (di sviluppo e di società)

E quando si parla di ripartenza, c'è un punto condiviso che nel dibattito pubblico emerge con chiarezza: dopo il Covid nulla potrà (o dovrà) essere come prima, anche (e soprattutto) nei modelli produttivi. "Questo Primo Maggio - sottolinea Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Bari - ci consegna una riflessione su un modello di sviluppo che il Covid ha confermato essere giunto ad un punto di fallimento complessivo. Quel modello di sviluppo che in tutti questi anni ha rincorso la logica del profitto al posto di tutele e di diritti, il ribasso delle condizioni delle persone, il ruolo del soggetto privato a scapito del ruolo pubblico e dello Stato nell'economia. Un modello di sviluppo che quindi va subito ripensato, già a partire da oggi, perché ci già siamo dentro. E a me piacerebbe immaginare, come Cgil, un nuovo modello di sviluppo - un po' riprendendo i valori, le idee e le parole di Papa Francesco - che metta al centro l'uomo, prima del profitto e delle logiche dell'impresa, il suo valore e la qualità della vita". Un modello in cui anche la sicurezza assume un significato più ampio: "Un modello - spiega Bucci - che dia la possibilità ai cittadini di sentirsi sicuri nei luoghi di lavoro ma anche nelle città, perché sicurezza significa migliore qualità della vita e migliore qualità della vita significa anche lavorare e vivere in sicurezza, questo è un tema fondamentale". Un nuovo modello produttivo, dunque, ma anche, più in generale, l'esigenza di un ripensamento 'globale' della società: "E' necessario pensare ad un nuovo modello di mondo, di società, senza spirito etico non si esce da questa crisi", afferma Busto.  E se di nuovi modelli si parla, una delle chiavi per ripartire nel post-Covid è rappresentata dalla Green economy, come sottolinea Boccuzzi: "La riconversione ecologica del nostro tessuto urbano e produttivo è fondamentale. La green economy è l'unica economia che da domani, nel post-Covid, è in grado di ripartire subito e dare posti di lavoro". "O noi immaginiamo che il mondo è cambiato ed è necessario costruirlo con una visione diversa, oppure rischieremo uno sfacelo sociale con migliaia di disoccupati, di emigrati e milioni di delinquenti assoldati dalle mafie, già pronte ad iniettare liquidità nel tessuto economico e ad assoldare centinaia di giovani disperati e senza lavoro", rimarca il segretario della Cisl Bari.

Il lavoro fermo, la crisi delle imprese (e dei consumi): lo scenario

Il lavoro, appunto. Secondo le previsioni di Unioncamere sull'impatto economico dell'emergenza Coronavirus, in Puglia nel 2021 potrebbero scomparire ventimila imprese, con la perdita di 69mila posti di lavoro. Dati pesantissimi. A livello nazionale, secondo i dati Istat, il lockdown ha fermato un'impresa su due, generando uno shock sull'economia che lo stesso istituto di statistica definisce "senza precedenti storici". "I numeri che arrivano ci fanno capire quanto sarà difficile uscire da questa crisi - commenta Busto - Se teniamo conto che nella crisi che c'è stata tra il 2007 e il 2013 abbiamo avuto un milione in meno di posti di lavoro, qui siamo già tra i 500 e i 660mila posti stimati in meno". "Sono dati allarmanti - commenta Bucci - Per questo serviranno interventi efficaci  di sostegno alle imprese, in particolare penso all'artigianato, alla piccola e piccolissima impresa che oggi è completamente abbandonata. Pensiamo al mondo di estetiste e parrucchiere che rischiano di non arrivare al primo giugno, di chiudere prima. Serve una iniezione di investimenti pubblici che se non arriva in tempo rischia di provocare una strage di posti di lavoro, e di impoverire il territorio". Ma non basta sostenere le imprese, se non ci si preoccupa anche di "ricostruire il loro mercato di riferimento", come sottolinea Boccuzzi, facendo riferimento alla necessità di garantire sostegno economico ai lavoratori rimasti senza reddito: "In Italia abbiamo dieci milioni di lavoratori sospesi: la stragrande maggioranza di essi, alla data del 15 aprile, annunciata dal governo, non ha ricevuto nulla. Solo di cassa integrazione in deroga, su Bari e provincia, abbiamo circa 41mila lavoratori, che sono a casa e ad oggi sono circa 800 quelli che hanno ricevuto qualcosa, un numero a dir poco esiguo. Ecco perché abbiamo espresso una critica nei confronti della Regione, chiedendo di accelerare la trasmissione delle domande. Se queste migliaia di lavoratori in provincia di Bari non hanno soldi da circa due mesi, chi aprirà le attività rischia o di ritornare a casa, perché si accorgerà che stare aperti è inutile, o di chiudere definitivamente". "L'allarme che noi lanciamo è questo: bisogna mettere i soldi in tasca ai lavoratori, perché se quei lavoratori vanno ad acquistare l'economia pian piano riparte". Senza contare poi chi il reddito neppure ce l'ha: "In provincia di Bari, su un milione e 200mila cittadini, ce sono 400mila, in età da lavoro, tra i 15 e i 65 anni, che non hanno reddito da lavoro: in questi numeri rientrano fenomeni come il lavoro nero o la disoccupazione forzata. Immaginiamo quanto questi numeri, già ora impressionanti, adesso si incrementeranno".

Il lavoro post-Covid, dallo smart working ai rischi per l'occupazione femminile

Intanto, in una situazione di crisi generalizzata e di lavoro sempre più in bilico, rischiano anche di rafforzarsi divari e condizioni di svantaggio. Come nel caso dell'occupazione femminile. Perché se la pandemia ha imposto la sperimentazione dello smart working per ampie fette di lavoratori, la stessa situazione ha messo in luce come il 'lavoro agile' diventi inevitabilmente più complicato per una donna, tradizionalmente investita anche dalle mansioni domestiche e legate all'accudimento dei figli. Così come problematico si prospetta il ritorno al lavoro per molte lavoratrici, che con asili e scuole chiuse si ritroveranno nella difficoltà di non sapere a chi affidare i propri bambini: "Questa emergenza - spiega Gigia Bucci - non ha fatto altro che evidenziare quelle debolezze già presenti nel sistema, tra cui noi vediamo il lavoro delle donne, dei giovani, la stessa condizione degli anziani, cioè di tutte quelle figure che già vivevano una situazione di marginalità complessiva. Penso che le donne in questa fase abbiano bisogno di riscattare maggiormente la propria condizione, attraverso un meccanismo di qualità della vita che stia nella conciliazione con i tempi di lavoro, che stia nella difesa del diritto al lavoro delle donne, che faticosamente hanno conquistato in questi anni e che oggi rischia di essere riportato indietro se non si interviene con misure legislative giuste. Al momento le misure varate dal governo sono assolutamente insufficienti, perciò il rischio è che molte donne saranno costrette a dimettersi dal lavoro per poter gestire i figli a casa, o occuparsi dei genitori anziani. Il ruolo della donna, insomma, rischia di essere sempre più schiacciato sul lavoro di cura". 

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(Fonte foto Bresciatoday)

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