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Inaugurata la 65a edizione del World Press Photo al Margherita: "Forte attenzione dei fotografi ai temi ambientali"

Ospitata al Teatro Margherita, la mostra di fotogiornalismo sarà visitabile fino al 13 novembre. Premio Foto dell'anno allo scatto della canadese Bracken, che ricorda il tragico ritrovamento dei corpi di 215 bambini in una tomba rinvenuta nei pressi della Kamloops Indian Residential School

La 65esima edizione della mostra di fotogiornalismo 'World Press Photo' ha aperto i battenti questa sera al Teatro Margherita. Per il nono anno consecutivo, grazie all'impegno dell'Associazione Cime, torna nel capoluogo, quest'anno in una veste diversa: il percorso espositivo non è più suddiviso nelle classiche otto categorie tematiche, ma segue una narrazione che procede secondo le aree geografiche del mondo. 

In mostra ci sono gli scatti selezionati tra le 64.823 opere candidate, scattate da 4.066 fotografi provenienti da 130 paesi del mondo, con lavori realizzati per le maggiori testate giornalistiche internazionali. È tra queste che, per ogni area geografica, una giuria di riferimento ha selezionato le vincitrici per ciascuna delle quattro categorie. Successivamente, la giuria globale, composta dai presidenti delle sei giurie regionali – tra cui l’italiana Simona Ghizzoni, presidente della giuria regionale per l’Europa – ha decretato le quattro opere vincitrici a livello internazionale, nonché l’attesissima World Press Photo of the Year 2022. "Quest'anno c'è stata forte attenzione all'ambiente - spiega la Ghizzoni al microfono di BariToday - diversamente dall'edizione 2021 dove è stato dominante il Covid come tema scelto per le fotografie".

L’immagine vincitrice del titolo di foto dell’anno 2022 è stata scattata dalla fotografa canadese Amber Bracken per il New York Times e riporta alla memoria il tragico ritrovamento dei corpi di 215 bambini in una tomba rinvenuta nei pressi della Kamloops Indian Residential School, in Canada, istituto costruito alla fine dell’Ottocento per accogliere i piccoli indigeni indiani. Lo scatto vincitore immortala la scena spettrale di abiti da bambini appesi a delle croci apposte lungo il cammino per commemorare le piccole vittime, su uno sfondo cupo in cui i nuvoloni neri sono interrotti solo da un piccolo arcobaleno. Si tratta della prima volta di uno scatto vincitore del titolo di World Press Photo of The Year in cui non sono ritratti soggetti umani; ciò nonostante, la fotografia riesce, con immobile quiete, a colpire nel segno lo spettatore e a rompere il silenzio sulle atrocità commesse nell’ambito della storia coloniale occidentale. 

Ad aggiudicarsi il premio per la World Press Photo Story of the Year è stato, invece, il reporter australiano Matthew Abbott, con il lavoro dal titolo Salvare le foreste con il fuoco realizzato per National Geographic/PanosPictures: le immagini raccontano il rito degli indigeni Nawarddeken di West Arnhem Land, in Australia, che bruciano la terra in modo strategico attraverso una pratica nota come “combustione a freddo”, in cui il fuoco brucia solo il sottobosco per rimuovere l'accumulo di residui vegetali che possono alimentare incendi più grandi. Questa pratica, messa in atto da decine di migliaia di anni, vede il fuoco come uno strumento per gestire la propria terra natale (1,39 milioni di ettari) e combina le conoscenze tradizionali con le tecnologie contemporanee per prevenire gli incendi, diminuendo così la CO2 che contribuisce al riscaldamento globale.

Vincitore del premio World Press Photo Long-term Project Award, invece, il lavoro dal titolo “Distopia amazzonica” di Lalo de Almeida, Brasile, per Folha de São Paulo/PanosPictures, che racconta come la foresta pluviale amazzonica sia gravemente e quotidianamente minacciata dalla deforestazione, dall’estrazione mineraria, dallo sviluppo infrastrutturale e dallo sfruttamento di altre risorse naturali.

Infine, “Il sangue è un seme” di Isadora Romero, Ecuador, è l’opera vincitrice per la sezione World Press Photo Open Format Award: un video che, attraverso il racconto di storie personali, mette in discussione la scomparsa dei semi, la migrazione forzata, la colonizzazione e la conseguente perdita di conoscenze ancestrali.

La mostra si potrà visitare il lunedì, martedì, mercoledì e giovedì dalle 10 alle 21, il venerdì e sabato dalle 10 alle 23 e la domenica dalle 10 alle 21.

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