Lo spettacolo 'Il male di Luna' per la rassegna "I Lunedì della Prosa con i classici del Teatro Abeliano"

Lunedì 1° marzo alle ore 17:00 e in replica alle ore 21:30 sui profili Facebook del Teatro Abeliano e del Gruppo Abeliano e al canale 881 del digitale terrestre (Radio PoPizz Tv) prosegue l'abituale appuntamento con la trasmissione streaming della rassegna "I Lunedì della Prosa con i classici del Teatro Abeliano". Stavolta per rivedere "MALE DI LUNA"andato in scena al Teatro Abeliano nel marzo 1997

Con: Vito Signorile, Antonella Genga, Lina Cotrufo, Simona Mastro, Claudia Loiacono, Mariella Di Grisolo.

Impianto scenico: Lino Sinisi

Musiche originali: Gianni Giannotti

Consulenza scientifica: Ettore Catalano

Regia: Vito Signorile

Dalla recensione a suo tempo scritta da Ettore Catalano:

"La questione su cui desidero richiamare l’attenzione è l’intensa qualità «erotica» della scrittura pirandelliana, elemento abilmente occultato, per ragioni differenti, tanto dall’autore che da gran parte della critica, giustamente preoccupata, nei decenni trascorsi a partire dalla metà degli anni Sessanta, di ristabilire la storicità concreta del decadentismo pirandelliano. Ad essere trascurato era l’elemento erotico, evidenziato invece da alcune meritorie messinscene, il fascino, cioè, di una segreta ed intensa complicità, quel profumo trasgressivo che si sprigiona prepotente da molti personaggi pirandelliani, soprattutto femminili, al punto da diventarne l’ambiguo ed emblematico veleno.  Alla preistoria di tanto teatro pirandelliano, come si sa, vi è la sterminata produzione novellistica, ed anche ai fini di tracciare il segmento iniziale della parabola erotica che ci interessa dobbiamo rifarci ad una novella, pubblicata per la prima volta sul «Corriere della Sera» del 22 settembre 1913 col titolo Quintadecima, e poi accolta come Male di luna a partire dall’edizione del 1925. Tale racconto ha fornito la base per una elaborazione drammaturgica da parte di chi scrive, portata in scena in Italia, con notevole successo di critica e di pubblico, dal Gruppo Abeliano, con la regia e l’intensa ed appassionata interpretazione di Vito Signorile (una delle prove più significative del suo trentennale lavoro d’attore). Il fascino dolciastro della complicità tra male e luna è apertamente indicato (anzi, invocato) da Batà a Sidora: quel «La luna!» pronunciato con bestiale rantolo convulsivo da un uomo (preda della cupa solitudine della sofferenza) ad una donna (repressa e smaniosa di trasgressione), racchiude già l’emblematica indicazione teatrale di una allusiva e tetra scenografia. Batà assorto a guardare in terra, consapevole del male in agguato ed incapace di opporre difesa e Sidora con gli occhi all’orizzonte, alla ricerca di un segnale di irrealtà nella soffocante ripetitività di una prigionia sessuale, sopportata a stento e con ribrezzo: su loro, la luce di un tramonto ormai prossimo, la calura «africana» ed insostenibile dell’aria torrida, l’incombere minaccioso della luna. E mentre Batà tace, spossato dall’attesa di un evento che non potrà dominare, Sidora ripensa alle fresche labbra di Saro, al prepotente appetito sessuale che la scelta «economica» della madre le ha negato, legandola ad un «vecchio» con la roba. E non importa quanto le sarebbe costato in affanni il giovane Saro, dedito a compagnie poco rassicuranti per la pace familiare: sempre meglio, pensava e sentiva Sidora, dell’angoscia, dello schifo, della paura che le ispirava il marito possidente. Su queste chiuse ed estranee solitudini di differente ragione, ma dominate dal medesimo accento negativo, il mugolare rabbioso di Batà scatena la sequenza del terrore, quell’orrendo apparato di bestialità dietro cui è ancora forse possibile leggere l’infinita umana paura della metamorfosi, l’orrore per l’evento che imbestia l’uomo e sconvolge la donna, additandole con rude pietà quella parvenza ancora di umano, che sopravvive nell’uomo lupo. La luna è presenza ricorrente nella scrittura pirandelliana, ora vissuta con perplessa ammirazione, ora percepita come promotrice di sogni e di larve, ora letta come entità indifferente alle sofferenze umane, ora come cupa complice dello stesso male. Il potere illudente della luna, intesa come proiezione inconsapevole dell’ingenuità dell’infanzia, beata delle proprie verità (la luna nel pozzo dell’Enrico IV: «Io so che a me bambino appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere. E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri ed ero beato!»), si salda con l’utilizzo scenico della luna (sempre nell’Enrico IV) come «raggio decorativo», in uno splendido quadro notturno che ritrae l’imperatore, cui giova credere nell’effetto temporalmente positivo di una luna che cancella il trascorrere dei secoli ed annulla le distanze storiche e sociali (l’altro aspetto del potere della luna stessa che salvaguardava, prima, la segreta felicità dell’infanzia): «Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo... Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocento anni siano passati e che io, seduto alla finestra, non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna, come un pover’uomo qualunque? Ma guardate, guardate che magnifico quadro notturno...».

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