A Bari la mostra fotografica “Signa - storie di donne”

L'Associazione Sviluppo Sostenibile Bari propone "SIGNA - Storie di Donne" MOSTRA FOTOGRAFICA composta di 36 foto di Pio Meledandri - Palazzo Roberto Narducci ex Poste Centrali, Piazza Cesare Battisti, Bari 10 Gennaio 2017 ore 18.00 Direzione artistica di Iginia Romeo. Intervengono Stefania Santelia, docente di Letteratura Latina - Università Aldo Moro Bari e Annamaria Ferretti giornalista - direttora di ILIKEPUGLIA. Insieme compareranno cultura, rapporti sociali, consuetudini e normative relative alla condizione della Donna nel mondo antico e in quello contemporaneo, esaminando casi e motivazioni della violenza nei confronti delle Donne e la loro subordinazione al potere maschile. Le dodici donne, vere protagoniste della mostra, di età, profili professionali e funzioni sociali diverse, hanno costruito storie differenti che hanno in comune la violenza da parte di un uomo o addirittura del branco. Illusione della Fotografia, dove nel nostro caso "ogni dramma è un falso", grazie al "trucco" e alla mimica dei soggetti riesce a mettere in scena una storia per ciascuna protagonista. Ogni donna, nella realtà della finzione, è rappresentata poco prima e poco dopo la violenza e poi nell''immaginazione visuale, riprende la vita quotidiana convivendo con "i segni" del trauma. Realizzato grazie alla partecipazione di dodici "grandi" Donne. ANGELA MONGELLI - ANNAMARIA FERRETTI - FARA MELEDANDRI - GIULIA CECI - IGINIA ROMEO - IRMA MELINI - KETTY ZOTTI - PAOLA DI GIULIO - SILVIA DATTOMA -STEFANIA LAPEDOTA - VALENTINA CERNO' - YVONNE CERNO' SIGNA Sinossi Le dodici donne, protagoniste della mostra, di età, attività e funzioni sociali diverse, hanno costruito insieme al Fotografo un percorso di storie a loro misura di cui condividono la violenza dell'uomo o addirittura del branco. Un pensiero comune e diffuso ci porta a credere che tutto ciò che vediamo in fotografia corrisponda alla "realtà". Questa predisposizione mentale al "vero" ha fatto talvolta la fortuna di reporter che hanno colto quell'attimo che non c'è, frutto di messe in scena e di simulazioni spesso verosimili ma talvolta icone di storie farlocche capaci di beffare persino giurie di organizzazioni come "World Press Photo" nell'ambito di concorsi-verità. Il mio invece è un onesto "falso" dichiarato, un dramma immaginifico simbolicamente costruito in studio, anche se l'illusione visiva, il "trucco" e la capacità mimica e di immedesimazione delle "modelle" coinvolte potrebbero far sembrare "vero" quello che è assolutamente "falso". Le riprese sono state effettuate nello stesso luogo, con le stesse condizioni di luce, volutamente "artificiale". L'azzurro, il colore dell'amore, in questo caso vira maledettamente al blu tormentato, pesante, a tinte fosche e cupe, così minaccioso sui capelli e sulle spalle delle donne da farle sprofondare nell'abisso. È la colorazione di un amore degenerato, impazzito, assassino, metafora prima di una violenza imminente e qualche istante dopo immagine di una brutalità consumata. Nella terza fotografia la donna è raffigurata nella vita quotidiana ormai segnata dal trauma, disperatamente intenta nel superamento dello stesso. In qualche caso fantastica un possibile successo, in qualche altro insegue il desiderio di una vita serena, anonimamente confusa tra la gente con cui condivide delle storie "comuni"

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