Leonardo Capuano riadatta Dostoevskij, al Nuovo Teatro Abeliano

La rassegna "To the Theatre" al Nuovo Teatro Abeliano, si arricchisce di un nuovo grande spettacolo, di e con Leonardo Capuano, "La sofferenza inutile", in programma venerdì 21 e sabato 22 febbraio, e liberamente ispirato a "La Rivolta" di Fedor Dostoevskij


"La rivolta" è un capitolo del romanzo "I Fratelli Karamazov" di Fedor Dostoevskij. Nel romanzo, Ivan Karamazov esprimerà la sua natura, il suo credo, le sue teorie. Metterà in discussione l'esistenza di Dio, si dichiarerà ateo. Motivo del dissidio con Dio, di tutto questo ragionamento, di tutto questo parlare, il perché di queste scelte sta nel capitolo "La rivolta". La rivolta parla della sofferenza inutile: la sofferenza degli innocenti, dei bambini (uno dei temi fondamentali per Dostoevskij), le atrocità, le crudeltà su questi esseri indifesi sono il punto di rottura, sono un'ingiustizia intollerabile, illogica, incomprensibile, priva di ogni possibile significato, da qualsiasi parte la si guardi essa apparirà solo mostruosa ed inaccettabile. L'esistenza di tale sofferenza è il motivo della ribellione di Ivan. 
Ivan racconta ad Alioscia, che ha scelto di diventare frate, una serie di storie che parlano di agghiaccianti crudeltà inferte a poveri bimbi indifesi, conducendo così il fratello in una zona buia dove non vi è niente di divino a parte quegli esseri indifesi che vengono puniti ingiustamente. Nel romanzo questo lungo dialogo ha luogo in una taverna dove i fratelli si incontrano quasi per caso, cenano insieme si conoscono rivelandosi quel che attraversa il loro animo. Lo spettacolo è l'incontro tra i due fratelli come Ivan lo immagina: siamo nella sua immaginazione, immaginazione generata dal desiderio di poter esprimere il suo pensiero, dalla febbre di dar sfogo al suo sgomento ed alle ombre che lo abitano. Che suo fratello veda, che ascolti di quale abominio si tratta, che la sua innata dialettica possa innescare il dubbio, che i dubbi finalmente prendano forma, diventino azione, atto visionario e rivelatore. 
La fantasia di Ivan piano piano appare e diventa concreta sulla scena. Non vi è niente di realistico, il linguaggio è visionario, un'esposizione del suo pensiero che non solo le parole sono in grado di esprimere, Ivan approfitta dei segni , dei simboli: un coltello, la violenza, una bottiglia, l'anestetico, una piccola barca, una mela, un tulle nero che copre tutto, che si appiccica addosso, una colpa sempre presente che fa inciampare, che si deve spostare per avanzare, un confessionale dove si intravede Alioscia perché l'esposizione necessita non solo di un interlocutore ma di un complice. Nell'indignazione di Ivan, nella sua rivolta vi è qualcosa di sacro. Ciò che in Ivan insorge è proprio ciò che di divino è nell'uomo.


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