Mercoledì, 27 Ottobre 2021
Politica

Fiera del Levante 2016: il discorso del sindaco Antonio Decaro

Il discorso integrale pronunciato dal primo cittadino alla cerimonia inaugurale della Fiera del Levante 2016

Buongiorno a tutti, Autorità, signore e signori,

Benvenuto signor Presidente del Consiglio. Bentornato a Bari, Matteo.

Prima di cominciare vorrei approfittare della tua presenza per fare tutti insieme gli auguri di compleanno a una signora barese.

Una signora a cui tutti noi, sin da bambini, abbiamo imparato a volere bene. Oggi compie ottant’anni, ma non li dimostra affatto. L’ho vista stamattina e l’ho trovata in gran forma, piena di energia.

Auguri Fiera del Levante, buon compleanno!

Ha passato momenti difficili, la nostra Fiera, momenti di crisi buia e profonda. In molti pensavano che non ce l’avrebbe fatta, che avrebbe mollato. Ma la Fiera ha dimostrato di avere “la scorza dura”, come diciamo da queste parti. La scorza dura di noi baresi. La scorza dura di tanti meridionali.

Ma la “scorza dura”, da sola, non basta.

Ci vuole la capacità, anche dopo 80 anni, di mettersi in discussione, di cambiare. Per la Fiera, quella del cambiamento e dell’innovazione è una sfida che si ripete a vuoto da decenni.

Se unissimo insieme tutti gli articoli di giornale che in questi ultimi decenni, ad ogni inaugurazione, hanno parlato di “anno di svolta per la Fiera”, potremmo incartare il ponte che abbiamo inaugurato stamattina.

E invece, oggi, è davvero la volta buona direbbe qualcuno...

Oggi stiamo salendo sui banchi, come gli alunni di Robin Williams nell’Attimo Fuggente, per guardare le cose da un’altra prospettiva. E dunque la Fiera del Levante da quest’anno si prepara a sperimentare un nuovo modello di governance, per garantire una gestione moderna e, nello stesso tempo, il rispetto della tradizione.

Sì, perché noi crediamo fermamente che il futuro diventa più bello e accogliente se ci portiamo dentro la nostra storia. E la Fiera, anche nel suo percorso di cambiamento, resterà storia, cultura e patrimonio di tutti i baresi. Perché la Fiera del Levante come il Teatro Petruzzelli o le reliquie di San Nicola, sulle quali spero possano pregare insieme Papa Francesco e il Patriarca Kirill, fa parte del patrimonio genetico della comunità barese e dell’intero territorio.

Un sindaco sa bene quanto i suoi cittadini siano visceralmente attaccati alle tradizioni, ai simboli, ai luoghi, persino ai singoli edifici di una città.

“La città – diceva Calvino – non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, è scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole, che sono quello che ognuno di noi è”.

Anche per questo, quando alla radio ho sentito il sindaco di Amatrice pronunciare quelle sette terribili parole, non ho potuto trattenere le lacrime. “La mia città non c’è più”, ha detto.

In quell’aggettivo, in quel “mia”, lo sa bene Michele, lo sa bene Matteo, lo sanno bene i miei colleghi in questa sala e tutti i sindaci italiani, in quel “la mia città” non c’era un senso di possesso. C’era solo, fortissima, quell’assoluta corrispondenza che si crea tra un sindaco, una città e la comunità dei suoi cittadini. E nella sua voce, rotta, c’era la drammatica consapevolezza di chi assiste impotente al crollo di calcinacci, di muri, di tetti, ma soprattutto al crollo di una storia condivisa. E a tante piccole grandi storie private che si spezzano e non potranno più ricomporsi.

Questo è il tempo del dolore, immenso. Che deve però presto lasciare spazio, l’ha detto bene lei, Presidente, al tempo della verità e a quello della rinascita.

Il tempo, per usare una bella parola di Renzo Piano, del “rammendo”. Ma un rammendo che non sia soltanto quello dei cantieri edili.

Dobbiamo far sì che dai sindaci, dalle forze politiche, dalle istituzioni, possa partire un grande cantiere che possa rammendare le relazioni, che possa ricucire gli strappi, che possa abbattere i muri che troppo spesso ci dividono e ci fanno smarrire l’idea di nazione.

Raccolgo volentieri, da qui, come sindaco di Bari e della città metropolitana, l’appello che il Presidente Mattarella ha fatto qualche giorno fa a Brescia, quando ha detto che la coesione è decisiva per l’Italia, e ha invitato i sindaci a cercare in ogni paese ciò che unisce, invece di concentrarsi su ciò che divide. Lo dobbiamo prima di tutto alle famiglie delle vittime e a tutti i sopravvissuti. Ma lo dobbiamo anche a noi stessi, come cittadini italiani.

Abbiamo il dovere civile di dimostrare che un terremoto può distruggere un luogo fisico, una storia. Ma se restiamo uniti, se restiamo umani, il terremoto non potrà distruggere il nostro futuro.

Altre storie, piccole e grandi, si sono spezzate in un maledetto pomeriggio di luglio, a qualche chilometro da qui, nelle campagne tra Andria e Corato.

Anche in questo caso, insieme alla grande efficienza dei soccorritori, alla dignità del dolore delle famiglie delle vittime, alla immensa generosità dei cittadini, in fila per ore, negli ospedali, per donare il sangue, mi permetterete di sottolineare l’umanità e la sensibilità dei sindaci dei Comuni colpiti, la forza d’animo dimostrata in ogni sguardo e in ogni abbraccio rivolto ai parenti.

Perché noi sindaci sappiamo che dobbiamo stare insieme, parlare la stessa lingua, stare dalla parte delle nostre comunità anche se questo, a volte, significa alzare la voce o alienarci le simpatie di qualcuno.

Mi rivolgo ai miei colleghi sindaci seduti in platea e a te, Michele, a te, Matteo, che sindaci siete stati e sindaci, in fondo, rimarrete per sempre, per ricordare a noi tutti che la nostra missione non si ferma nei luoghi e nei momenti del dolore ma va oltre, perché la sua essenza è nella fatica di ogni giorno.

Per questo, abbiamo il dovere di non dimenticare gli abbracci e le lacrime di quell’assolato, maledetto pomeriggio.

Dobbiamo trasformare quel dolore in speranza, e poi in fatti concreti. Lo dobbiamo ai nostri ragazzi. Perché tornino a prendere i treni che li portano all’università, senza nessun’altra paura che non sia quella di un brutto voto all’esame. Lo dobbiamo ai bambini di Amatrice, di Accumoli e di Arquata del Tronto, perché al sicuro, dentro le loro nuove scuole, tornino a disegnare fiori e farfalle, invece di elicotteri della Croce Rossa.

Ti chiediamo, Presidente, di continuare a lavorare perché si possa guardare al futuro con più fiducia, da Andria ad Amatrice, da Corato ad Accumoli.

Anche qui a Bari, abbiamo bisogno di speranze e di fiducia nel futuro. E da qui, dalla Fiera, ho una richiesta per te, Matteo, memore del fatto che quando ti ho proposto qualcosa, da questo palco, tu mi hai sempre ascoltato. Ti chiedo di restituire ai Comuni la possibilità di applicare l’imposta di soggiorno, che incide in modo trascurabile sulle tasche dei turisti ma è determinante per rendere più belle e attrattive le nostre città.

Qui a Bari, per esempio, quei fondi li impiegheremmo per finanziare musei, concerti, biblioteche, poli culturali ed eventi, convinti come siamo che la bellezza e la cultura siano gli unici strumenti che consentono ai magnifici cervelli dei nostri giovani di superare il provincialismo della paura per sfidare con coraggio il mondo globalizzato.

Passione e talento qui non ci mancano di certo. Con una piccola spinta, possiamo volare da soli, e volare alto.

A volare alto ci stiamo provando, tutti insieme, qui nella Terra di Bari con i sindaci dei 41 Comuni dell’Area metropolitana. Abbiamo candidato il nostro progetto al bando delle Periferie, promosso dal Governo.

Potevamo fare come sempre: chiuderci ognuno nei propri confini, ognuno geloso della propria idea, farci la guerra, far prevalere i campanilismi.

E invece no.

I 41 campanili della Città Metropolitana, in un giorno di agosto, nonostante il caldo (direbbe qualcuno) hanno suonato all’unisono l’inno più bello che c’è, quello della collaborazione, quello della sinergia. Siamo una squadra fortissimi, come dice il poeta, e stiamo lavorando per costruire una visione unitaria della nostra terra, la Terra di Bari.

11 piazze da riqualificare, 17 nuovi parchi urbani polifunzionali, greening urbano da rafforzare in 18 Comuni, 11 nuove aree sportive attrezzate da realizzare. E poi l’implementazione di nuovi dispositivi di sorveglianza per la sicurezza di 17 Comuni e la riqualificazione di 9 percorsi di mobilità ciclo-pedonale.

Per un totale di 2 milioni di metri quadri di superfici che potranno essere riqualificate e rigenerate in favore delle nostre comunità. Stesso metodo e stesso gioco di squadra che abbiamo utilizzato per definire il Patto sottoscritto a maggio scorso.

Ecco un altro pezzo di racconto di un Sud nuovo, diverso, che lotta contro i suoi stereotipi e tra mille difficoltà, ha alzato la testa, e ora cresce e dimostra di avere energie e talenti per competere con il resto del Paese. Un Sud che non ha paura di chiamare la mafia col suo nome e di sfidarla per strada, a viso aperto, per spazzare via odiose consuetudini come quella delle fornacelle abusive o del pizzo sulle attività intorno allo stadio.

Di questo slancio rinnovato è simbolo e testimonianza il ponte dell’asse Nord Sud che abbiamo inaugurato insieme stamattina e di cui vado orgoglioso. Perché non è solo un ponte utile ma anche una meravigliosa opera architettonica. Sì, insomma, è bello. Mi hanno anche rimproverato perché hanno detto che ho messo troppe foto su Facebook del ponte, ma dovete capirmi, io sono un ingegnere dei trasporti, per me vedere crescere un ponte strallato e con la pila sghemba è quasi come vedere crescere un figlio… Sì, è bello questo ponte. E come abbiamo detto, c’è tanto bisogno di bellezza, in questa terra. E sono orgoglioso anche perché questo ponte è un’opera ingegneristicamente straordinaria, ma amministrativamente ordinaria.

Cioè è la dimostrazione che se le amministrazioni comunali, giorno dopo giorno, fanno bene il loro lavoro, e se alla cultura dello scontro politico con Regioni e Governi sostituiscono quella del dialogo per il bene dei cittadini, anche i progetti più ambiziosi si portano a casa.

Anche qui, sì, al Sud, a Bari, può nascere ed è nata una delle infrastrutture più innovative d’Italia.

Oggi si chiude quest’opera, ma non c’è tempo per festeggiare. Perché siamo di nuovo al lavoro per aprirne un’altra, ugualmente importante. Partono infatti i lavori per la riqualificazione del Teatro Margherita che ospiterà il Polo delle arti contemporanee, che si candida ad essere un punto di riferimento non solo per il Mezzogiorno d’Italia ma per l’intero Paese.

Opere finite e opere che cominciano, senza fermarsi mai. Per cambiare il volto di una terra e migliorare la vita dei cittadini. Questo ci chiedono e questo dobbiamo fare, magari parlando di meno ma lavorando di più perché le parole si trasformino in fatti.

Erano appunto solo parole, l’anno scorso, da questo stesso palco, quelle che annunciavano i fondi per il Teatro Margherita. Oggi, a distanza di 365 giorni, partono i lavori.

Erano parole quelle dedicate alla riapertura della Caserma Rossani. Oggi, dopo un anno, non solo tanti baresi possono finalmente entrarci, grazie all’Urban Center inaugurato qualche mese fa, ma abbiamo appena aggiudicato i lavori perché in quel luogo negato alla città per decenni, sorga il più grande Polo bibliotecario del Mezzogiorno.

Ecco a cosa servono le ruspe, qui da noi. Ad abbattere i muri, a riconsegnare la città ai cittadini, a rinsaldare comunità e legami. Non a dividere, non a seminare odio.

Il re di Norvegia ha detto che chiunque vive in Norvegia per lui è norvegese. E le sue parole hanno fatto subito il giro del mondo. Nel 1997 lo slogan dei giochi del Mediterraneo diceva la stessa cosa “A Bari nessuno è straniero”. A 20 anni di distanza le parole della accoglienza resistono ad ogni fondamentalismo e ad ogni razzismo, unendo idealmente Bari e Oslo, nell’unica idea di Europa possibile.

Parole, forse meno importanti, erano quelle con cui l’anno scorso, presentavamo Porta Futuro. E poteva sembrare un sogno, soltanto un sogno, quello di far sorgere un job center, moderno, in uno dei quartieri più difficili della città di Bari. Bene, quel sogno adesso esiste. Quelle parole sono diventate realtà. Oggi la parola futuro, possono pronunciarla con meno paura 120 cittadini che grazie a Porta futuro hanno trovato lavoro. La parola futuro può pronunciarla con meno paura Daniela, che a 40 anni aveva perso ogni speranza, e invece, grazie ai Cantieri di cittadinanza del Comune, oggi ha un contratto a tempo indeterminato.

Dunque le parole, qui, Presidente, stiamo provando con fatica a trasformarle in fatti. In progetti che dopo gli annunci, partono, vanno avanti e si realizzano. Non ce ne vantiamo, Matteo, ma ne andiamo fieri, perché il sorriso di Daniela e di tutte quelle persone, ci restituiscono pienamente il senso e la bellezza della Politica, la fanno tornare sulla terra, la tengono al riparo dal populismo e dalla demagogia. Siamo qui per risolvere problemi, dare speranze, costruire futuro.

Prima di concludere, permettetemi di rivolgere due pensieri affettuosi.

Il primo alla sindaca Titti Palazzetti e a tutti i cittadini di Casale Monferrato, che oggi, sull’area di una fabbrica dismessa che produceva eternit, inaugurano il parco Eternot. Bari sa cosa vuol dire ospitare una fabbrica della morte. La Fibronit per più di 50 anni ha prodotto manufatti in cemento amianto nel cuore della città, e le conseguenze si fanno sentire ancora oggi. Nel luglio del 2004, con Michele Emiliano sindaco, è cominciato un lungo e faticoso cammino. Il 28 luglio scorso, a 12 anni esatti di distanza, con la sigla dell’accordo di programma tra Comune, Regione e Ministero, stiamo finalmente per dare avvio alla bonifica definitiva della Fibronit.

Anche qui, come a Casale, nei luoghi della morte si farà largo la vita: quella di un grande parco pubblico, un luogo sottratto per sempre alle speculazioni e dedicato alla memoria di tutte le vittime dell’amianto. Che il nostro abbraccio possa percorrere i 1.000 chilometri da Bari a Casale Monferrato per giungere più caloroso che mai a Titti e ai suoi concittadini.

Il mio secondo pensiero lo rivolgo a una coppia che qualche giorno fa, negli uffici comunali, ha depositato ufficialmente la sua promessa di amarsi per la vita. Sorridevano, erano felici. Si chiamano Adele e Nicoleta.

La loro gioia mi ha reso orgoglioso. Orgoglioso del mio Paese, orgoglioso di essere un sindaco italiano, orgoglioso di poter contribuire, anche solo in piccola parte, al sogno di Adele e Nicoleta, e al loro diritto di amarsi.

Mesi fa, il giorno dell’approvazione della legge sulle unioni civili, ho esposto dal balcone del Palazzo comunale una fascetta arcobaleno. Qualcuno ha storto il naso. Se avesse visto il sorriso di Adele e Nicoleta, sono sicuro che avrebbe cambiato idea.

Buona vita a tutte le Adele e Nicoleta d’Italia e buona Fiera del Levante a tutti noi!

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