In fuga dalla Libia, ma il diritto d'asilo è un miraggio: la storia degli immigrati del CIE

L'onorevole Ginefra del Pd: "Lunedì depositerò un'altra interrogazione parlamentare in materia e solleciterò il ministro Maroni per la nomina del nuovo Prefetto di Bari"

Un momento della conferenza stampa convocata stamattina da Rete Antirazzista

Il loro nome è Nessuno. Senza diritti, senza tutele, senza futuro, in attesa di un qualcosa che non si sa se mai arriverà. Sono i circa 400 immigrati fuggiti dalla Libia e ospitati al Cie di Bari, dopo essere sbarcati a Lampedusa, che hanno fatto richiesta di asilo per ragioni umanitarie, ma non possono ottenerlo perché non libici. Sono infatti originari dei Paesi dell’Africa Subsahariana, ma residenti in Libia per motivi di lavoro. In altri termini: la legge italiana prevede la concessione dell’asilo solo in caso di pericolo di vita o di fuga da Paesi in guerra, ma per i cittadini di quegli Stati. Se ci vivi per lavoro, non ne hai diritto. E la Libia è sempre stata il motore dell’economia africana, calamita per migliaia di lavoratori stranieri. La conseguenza, quella che vediamo ogni giorno nei Cie italiani. Esseri umani trattati come numeri, nonostante possano dimostrare con le buste paga di essere scappati proprio dal pese di Gheddafi. E a complicare la situazione si aggiunge la farraginosa burocrazia italiana: la Commissione per il riconoscimento dei rifugiati politici  (che a Bari opera proprio nella caserma della Guardia di Finanza di viale Europa vicina al Cie) riesce ad esaminare solo 9 casi al giorno: tempi troppo lunghi, mentre il disagio degli immigrati aumenta e mentre i tempi di detenzione in quelli che la Rete Antirazzista ha definito vere e proprie carceri sono stati allungati fino a 18 mesi. “Abbiamo chiesto il raddoppio della Commissione – spiega Sabino De Razza, ex consigliere comunale di Rifondazione Comunista, a margine di un incontro con alcuni immigrati membri della Rete – ma ancora nessuna risposta”.

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Per questo non ci si può meravigliare che quei luoghi fuori dalle regole di una società civile possano divenire focolai di estremismi  e rivolte. Lo dimostra l’immagine di Bin Laden apparsa sui muri del Cie di Bari nei giorni scorsi e scoperta durante un sopralluogo dell’onorevole del partito Democratico Dario Ginefra: “Non bisogna sottovalutare questo episodio – sottolinea Ginefra – perché tenendo una persona, anche la più mite, chiusa per 18 mesi in un luogo come quello, la si tramuta in una vittima del proselitismo estremista. L’atteggiamento punitivo non ha sortito alcun effetto nel contenimento dei flussi, perché per una persona in fuga dalla guerra anche 18 mesi nel Cie sono preferibili alla morte”. E allora la soluzione non può venire solo dall’Italia: “Stiamo cercando un sostegno in sede europea – precisa l’onorevole – la ricerca di una soluzione non può essere scaricata solo sulle spalle dell’Italia, dopo che è stata proprio la Francia ad avviare il conflitto, tirandosi poi fuori dalle responsabilità nella gestione dei flussi. Per questo lunedì io e l’onorevole Pierfelice Zazzera dell’Italia dei Valori depositeremo un’altra interrogazione parlamentare in merito, visto che alle precedenti il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, non ha quasi mai risposto, e invierò una nota sulla questione della nomina del nuovo Prefetto di Bari (al centro dell’attenzione anche del sindaco Michele Emiliano, ndr) che manca da 6 mesi e che costituisce un altro problema per la gestione della situazione immigrati”.

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