La quarantena degli ultimi e la forza della comunità

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di BariToday

Il rischio c’è, è evidente e sotto gli occhi di tutti. L’Italia soffre, unita dal Nord al Sud. Ci troviamo di fronte ad un qualcosa di nuovo per tutti, un’emergenza sanitaria di livello mondiale, che richiede grande lucidità e piccoli gesti quotidiani di responsabilità a tutela della nostra salute e dei nostri cari con cui condividiamo le stanze di una casa. Stiamo vivendo e scoprendo sulla nostra pelle le criticità di quella che è stata definita dal premier Conte la “crisi più difficile per il Paese dal secondo Dopoguerra”. Da circa un mese viviamo in lockdown, uniti da un sentimento di paura misto a speranza per il futuro. Rispondiamo con le nostre famiglie all’unica regola del “restate a casa”, non ancora del tutto certi di quali e quante ripercussioni questa misura ora fortemente necessaria per il contenimento della pandemia, andrà a provocare sul nostro sistema economico e sociale. Per gli analisti l’impatto del danno del Covid-19 sull’economia globale dipenderà da numerosi fattori e gli scenari di ripresa per le aziende italiane potranno essere misurati non prima del 2021 con un giro economico di perdite che potrebbe superare i 600 miliardi di euro qualora - nello scenario peggiore ipotizzato da uno studio del Cerved e pubblicato su Il Sole 24 Ore - l’epidemia si dovesse protrarre fino a dicembre. Come precisa lo studio, però, la situazione è in fase di sviluppo ed ogni stima è e resta al momento nel campo delle ipotesi. Di una cosa, tuttavia, siamo certi: di fronte alla paura di un nemico invisibile che minaccia la salute di tutti, stiamo riscoprendo il senso di far parte di una comunità che è capace di stringersi (metaforicamente, è d’obbligo) nella difficoltà per darsi forza, affacciati alle finestre ed ai balconi, ad applaudire simbolicamente a quelle squadre di medici ed infermieri che combattono ogni giorno in condizioni estreme l’emergenza. Quelli che viviamo sono giorni in cui, nel mettere in luce le nostre fragilità, ne riscopriamo la forza intrinseca: riconoscendoci fragili, acquisiamo umiltà, rispetto per il prossimo, senso di responsabilità. Una società migliore è possibile se cambiamo la prospettiva e questo è il momento per farlo. Ora, più che mai, è fondamentale coltivare questo sentimento comunitario perché mentre il mondo si ferma, abbiamo la possibilità di voltarci e osservare chi è rimasto indietro. Esiste, infatti, una quarantena degli ultimi: sono gli indigenti, molti dei quali invisibili, coloro che sopravvivono alla giornata con lavori saltuari, la maggior parte delle volte a nero, senza garanzie né tutele, le fasce più deboli della popolazione, già ai margini prima dell’emergenza e che in queste ore sperimentano un senso di smarrimento. Per loro la preoccupazione del domani si fa ancora più forte perché lo stop ad un’attività lavorativa assume il peso di un famiglia senza cibo. Se non si interviene immediatamente con un censimento delle famiglie in difficoltà, coloro che oggi pagano il peso delle conseguenze dell’emergenza sanitaria, pagheranno domani il peso di un mercato del lavoro già al collasso e mutato dall’emergenza. Da quando è stato esteso il lockdown all’intera penisola con la conseguenza della chiusura di molte attività, ho ricevuto personalmente centinaia di richieste di aiuto e le istituzioni si stanno attivando affinché le attività di raccolta e distribuzione di beni di prima necessità non vengano meno. Non possiamo lasciare indietro nessuno, oggi più che mai. Ed è per questo che è necessario mantener vivi i meccanismi di democrazia umana, perché è necessario convertire la crisi in rinascita e perché come comunità abbiamo bisogno della forza di tutti, ultimi compresi. L’Italia si rialzerà, questo è sicuro. Ripartiremo come Paese, segnati dal vissuto, più coesi, con nuova consapevolezza e, mi auguro, una nuova testa. Avv. Nicola Acquaviva

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