Venerdì, 30 Luglio 2021
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Bari sul podio, peccato sia quello degli stabilimenti a rischio

Nella provincia di Bari sono ben 10 i Comuni che ospitano siti industriali potenzialmente pericolosi. Lo svela il rapporto dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale

@Malcolm Street

La città si aggiudica il primo posto della regione Puglia, nella “Mappatura dei pericoli di incidente rilevante in Italia 2013”. L’inventario - che se fosse meno corposo sarebbe meglio – presentato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del Mare, elenca le industrie potenzialmente pericolose per i cittadini e i territori nei quali sono ubicate.

Sul territorio pugliese sono bene 43 gli stabilimenti suscettibili di provocare disastri. In termini di vite umane e impatto ambientale. Il capoluogo della Regione è in testa con 12, e le attività svolte all’interno delle industrie vanno dagli impianti di trattamento e recupero alla produzione di esplosivi; dal deposito di fitofarmaci a quello dei gas liquefatti. C’è poi il settore della distillazione e quello chimico o petrolchimico.

Bando ad allarmismo e disfattismo poco costruttivo: tutti questi siti, è bene sottolinearlo, sono perfettamente funzionanti e non hanno problematiche particolari. Le aziende nella black list  sono state studiate per la presenza di determinate sostanze, potenzialmente pericolose, con le quali si lavora al loro interno.
A fare di uno stabilimento industriale uno stabilimento RIR, ovvero a Rischio di Incidente Rilevante, è la detenzione o l’utilizzo di grandi quantità di sostanze classificabili come tossiche, infiammabili, esplosive o comunque potenzialmente minacciose per l’uomo e l’ambiente.

I riflettori sul tema hanno iniziato ad accendersi negli anni ’70, con un caso di cronaca nera ambientale. A seguito del gravissimo incidente ecologico che colpì il comune brianzolo di Seveso - per via della fuoriuscita di una nube della pericolosissima diossina del tipo TCDD dalla valvola di sicurezza di un reattore dell’azienda ICMESA di Meda - l'Unione Europea decise infatti di adottare norme severissime in materia. Nacque così la «direttiva Seveso», che mescola elementi per garantire la sicurezza degli impianti e la tutela di città e abitanti e indicazioni di protezione civile.

La conoscenza della situazione, ora capillarmente messa nero su bianco dall’Ispra, è il primo, fondamentale passo perché il pericolo eventuale non si trasformi in tragedia. Ora però deve seguire a ruota l’adeguamento delle norme per la sicurezza sul lavoro. “Si deve fare di più in alcuni ambiti – esorta l'ingegner Ricchiuti, curatore del rapporto Ispra -. Mi riferisco ai controlli, allo snellimento di alcune procedure di valutazione fatte dai gestori, alla sperimentazione dei piani d’emergenza esterni. Temi su cui occorre un impegno forte della pubblica amministrazione». Solo così la mappatura del rischio potrà diventare da luttuosa sibilla utile strumento per la prevenzione.

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