Tra disoccupazione, lavori dequalificati e welfare carente: così al Sud (e in Puglia) le donne restano penalizzate

La fotografia della condizione femminile nelle regioni meridionali fotografata dai dati Svimez: "Tasso di occupazione più basso della Guyana francese". E quando il lavoro c'è, si scontra con discriminazioni o ostacoli legati ai servizi assenti

Disoccupate, spesso costrette a mansioni dequalificate, o, a parità di occupazione, con retribuzioni più basse rispetto agli uomini. In affanno nello sforzo di conciliare lavoro e famiglia, a fronte di un welfare ancora troppo carente. Un quadro, quella della condizione delle donne in Italia, che vede disparità e difficoltà accentuarsi al Sud. A dirlo sono alcuni dati di una ricerca Svimez sulla condizione delle donne nel Sud, anticipati in occasione dell'8 marzo. Uno studio dal quale emerge, sottolinea l'associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, "come la questione femminile sia una delle facce più evidenti e problematiche della più generale Questione meridionale". 

La disoccupazione al Sud e in Puglia: "Peggio della Guyana francese"

A colpire sono innanzitutto i dati relativi alla disoccupazione. Secondo la SVIMEZ, "i principali indicatori evidenziano come la situazione di svantaggio italiana sia in larga parte legata ai valori delle regioni meridionali". E il confronto dei dati con altre regioni d'Europa e non risulta impietoso: "il tasso d’occupazione femminile tra 15 e 64 anni - sottolinea la Svimez - in Sicilia, Campania, Puglia e Calabria, è  addirittura più basso della Guaiana francese, dell’Estremadura spagnola, della Tessaglia  e della Macedonia in Grecia, e perfino dell’enclave spagnola di Melilla in Marocco. 

Più preparate ma penalizzate: il paradosso delle giovani meridionali

"Le giovani donne meridionali subiscono una triplice ingiustizia a causa della disuguaglianza sociale, sotto forma di divario territoriale, generazionale e di genere. Queste ultime – si legge nella ricerca SVIMEZ - vivono il paradosso di essere le punte più avanzate della “modernizzazione” del Sud (persino sul piano civile) – perché hanno investito in un percorso di formazione e di conoscenza che le rende depositarie di quel “capitale umano” che serve per competere nel mondo di oggi – e insieme le vittime designate di una società più immobile che altrove, e dunque più ingiusta, che finisce per sottoutilizzare, rendere marginali o “espellere” le sue energie migliori". 

Al Sud il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa 

Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno - emerge ancora dalla ricerca - è tra i più bassi in Europa. Il divario delle Regioni del Sud rispetto alla media europea, già elevatissimo nel 2001 (circa 25 punti percentuali), si è ulteriormente ampliato arrivando sopra i 30 punti, nel 2017.   “Confrontando il tasso di occupazione delle 19 regioni e le due province autonome italiane con il resto delle 276 regioni europee (NUTS2) emerge un quadro alquanto problematico.  Il confronto – sottolinea la SVIMEZ - conferma la peculiarità della situazione italiana: solo la provincia di Bolzano si colloca nella prima metà delle regioni europee, con un tasso di occupazione femminile pari a 71,5%, alla posizione 92 nella graduatoria. Seguono Emilia Romagna (153) e Valle d’Aosta (154) e la provincia di Trento (175), con tassi di occupazione femminili intorno al 65%, in linea con la media europea dei 28 Paesi membri che è pari al 66,3%. Delle rimanenti regioni del Centro-Nord, Toscana, Piemonte e Lombardia si collocano intorno alla duecentesima posizione, mentre le altre su posizioni più arretrate con il Lazio ultimo in 236 posizione con un tasso del 55,4%”. Le regioni del Mezzogiorno sono sensibilmente distanziate da quelle del Centro-Nord e si collocano tutte nelle ultime posizioni, con Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime quattro e valori del tasso di occupazione intorno al 30%, di circa 35 punti inferiori della media europea”.  

Meno donne al lavoro al Sud e con mansioni dequalificate 

Ma i dati mettono in luce anche come persistano dinamiche di discriminazione anche per le donne che sono nel mondo del lavoro. Negli anni della crisi, l'Italia si distingue per essere uno dei pochi Paesi ad aver contratto il peso del lavoro qualificato, a favore di un incremento del lavoro meno qualificato, soprattutto nei servizi alla persona e domestici. Nel 2018 sono state 3 milioni 663 mila le donne che hanno svolto lavori qualificati, di queste, però, appena 851 mila sono meridionali, meno di un quarto del totale. La quota di donne occupate in posizioni cognitive altamente specializzate (inclusi i manager) sale tra il 2001 ed il 2008 dal 34,1 al 44,1% per poi riscendere al 38,1% nel 2014.  Dinamiche simili si rilevano nelle due circoscrizioni, con perdite più consistenti nelle professioni più qualificate nel Mezzogiorno. Ad oggi, il confronto con gli altri paesi europei evidenzia un peso per le donne italiane occupate sensibilmente più basso nelle professioni altamente qualificate rispetto alla media Europea (con un leggero vantaggio solo su Spagna e Grecia). Per converso più alta è la quota delle professioni elementari. Il fenomeno del downgrading - sottolinea Svimez - ha rappresentato una sorta di "ristrutturazione alla rovescia" del nostro mercato del lavoro che si è scaricato soprattutto sulla componente femminile e nelle regioni meridionali. La conseguenza: meno donne che lavorano al Sud (in totale 2 milioni 283 mila su 9.760 mila in tutt’Italia) ma, soprattutto, svolgono mansioni prevalentemente dequalificate.   

Un mercato del lavoro che non valorizza abbastanza la formazione delle donne  

Dalle elaborazioni SVIMEZ su dati EUROSTAT ed ISTAT al 2018, si nota che il tasso d’occupazione femminile per le donne in possesso di laurea è ancora molto basso al Sud, appena il 63,7%, contro una media dell’81,3% in Europa, con punte dell’84,7% in Germania e 85,9% nei Paesi Bassi e dell’85,2% in Portogallo, e il 79,8% del Centro Nord. Dato che viene confermato anche dall’indagine Istat sull’inserimento professionale dei laureati, dalla quale si rileva che delle donne laureate nel 2011 avevano un lavoro continuativo nel 2015, a livello nazionale il 74,8%. Dato positivo che tuttavia riflette un forte divario territoriale tra le donne del Sud al 58,1% e quelle del Centro-Nord all’81,8%. Il basso livello della domanda di lavoro nel Mezzogiorno, oltre che le condizioni più difficili per le donne meridionali, emergono anche dal fatto che delle donne meridionali occupate, una su tre lavora al Nord, circa il 62%, e la componente femminile meridionale è molto più mobile rispetto a quello maschile. 

Donne al Sud, a parità di qualifica, guadagnano meno 

Le donne laureate sono inoltre penalizzate anche dal punto di vista retributivo: una donna laureata da quattro anni che lavora al Sud ha un reddito medio mensile netto di 300 euro inferiore a quello di un uomo (1000 euro contro 1300). A livello nazionale il differenziale è di poco inferiore circa 250 euro. Il differenziale riflette differenze significative nel carattere dell’occupazione, nei regimi di orario oltre che nelle tipologie di laurea con le donne che sono più concentrate nelle lauree meno favorite in termini di occupazione e retribuzione.  Le donne lavoratrici dipendenti guadagnano in media 1.281 euro mensili nette, se sono  impegnate a tempo pieno, contro i 1.398 delle loro omologhe nel Centro-Nord. Tra le laureate il divario di genere si attenua ma non si annulla. 

La povertà femminile è più drammatica al Sud 

Le donne in Italia rappresentano il 14,3% delle persone senza dimora: secondo l’ISTAT, si tratta di persone con un’età media di circa 45 anni, che vivono la condizione di senzatetto mediamente da poco meno di tre anni. Oltre il 20% vive nelle regioni meridionali e insulari. Più di un quarto ha un lavoro, (il 28%), che le impiega in media per 15 giorni al mese, da cui ricavano un guadagno di 330 euro. Gli eventi scatenanti legati alla condizione di senza dimora per le donne sono nella maggior parte dei casi riconducibili a rotture familiari, separazione dal partner e/o dai figli (70%), per quasi la metà alla perdita del lavoro stabile (49,7%), infine, per il 27,6%, alla presenza di malattie croniche, forme di disabilità e/o di dipendenza da sostanze e alcool. Il rischio di povertà per le donne è superiore a quello degli uomini, soprattutto per le fasce di età relative alla maternità (23,5% contro il 19,9% degli uomini per le 25-34enni) e per le over 75 (18,7% contro il  12,1% degli uomini).

La conciliazione famiglia/lavoro: penalizzate da un welfare squilibrato

"La scarsa partecipazione femminile - evidenzia la ricerca - è connessa all’incapacità delle politiche italiane di welfare e del lavoro di conciliare la vita lavorativa a quella familiare, causando anche incertezza economica e una modifica dei comportamenti sociali, tra cui la riduzione del tasso di fertilità delle italiane". Nell’ultimo decennio le donne meridionali sono passate dai tassi di fertilità molto più elevati rispetto a quelle del Centro-Nord a tassi sensibilmente più bassi: 1,29 figli per donna al Sud rispetto a 1,34 nelle regioni centrali e settentrionali. Contro 1.90 della Francia, 1,75 della Danimarca, 1,57 della Germania. Ciò è anche una conseguenza di servizi per l’infanzia offerti dalla pubblica amministrazione alquanto carenti: nel Mezzogiorno la percentuale di bambini minori di tre anni che ha usufruito di servizi per l’infanzia è del 2% in Calabria, del 3% in Campania, del 4,8% in  Sicilia, con una media meridionale pari appena al 5%, contro il 16,6% del Centro-Nord, con punte di oltre il 20% in Trentino, in Friuli, in Valle d’Aosta, in Emilia, in Toscana. Per quanto riguarda la cura degli anziani, altra mansione alla quale le donne sono il più volte costrette a sopperire alla carenza di servizi adeguati, sempre in base ai dati ISTAT, la spesa pro capite per gli over 65 anni è al Centro-Nord di 119 euro in un anno e al Sud di 55 euro. 

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