Morto in moto mentre consegnava pizze: "E' ora di fermare sfruttamento e precariato dei giovani"

Il caso del 19enne morto in un incidente sabato sera a Poggiofranco, riaccende il dibattito sulle condizioni in cui sono costretti a lavorare i 'riders' e più in generale sul lavoro giovanile. E i sindacati chiedono interventi al governo

Morto a 19 anni, in un incidente in moto, mentre consegnava pizze a domicilio. La giovane vita spezzata di Alberto Piscopo, il ragazzo morto sabato sera dopo lo scontro tra il suo scooter e un'auto avvenuta a Poggiofranco, riaccende il dibattito sullo sfruttamento del popolo dei 'riders', ma più in generale, sulle condizioni in cui molti giovani sono costretti a lavorare, tra assenza di diritti e precariato.

"Qualche segnale di attenzione era arrivato, da parte del governo - commenta in una nota il sindacato Usb, ricordando tragedie analoghe a quella di Alberto - ma tutto è caduto nel dimenticatoio prima ancora di affrontare la questione. Nella stessa situazione di Alberto si trovano moltissimi giovani. E tanti altri sono quelli impiegati nella grande distribuzione, nella logistica, nei call center, con paghe risibili, ritmi stressanti, sfruttamento continuo. Alle soglie della schiavitù.
Lo sfruttamento che decine di migliaia di giovani vivono quotidianamente è inaccettabile, questo è il frutto delle politiche portate avanti ormai da decenni, con la grave complicità di tutti i governi e di cgilcisluil, quelle che sostengono e incentivano la precarietà e lo sfruttamento. È ora che gli organismi preposti, in primis l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, intervenga con determinazione. Che gli Enti Locali non diano autorizzazioni ad attività commerciali che non rispettano i contratti di lavoro. Che si metta fine alle nuove forme di schiavitù e precariato".

"Che siano riders o fattorini, che siano lavoratori autonomi o subordinati, una cosa è certa che questi ragazzi vanno tutelati sotto ogni forma, nei loro diritti contrattuali e nella sicurezza del loro operare", sottolinea Giuseppe Boccuzzi, segretario generale della Cisl di Bari. 

"Abbiamo assistito impotenti a una tragica morte bianca legata a quella strana e ibrida forma di lavoro precario nascosto sotto l'etichetta di gig economy, una forma di lavoro non garantita da tutele e da un contratto che ne salvaguardi anche la sicurezza su un posto di lavoro altrettanto precario, che è la corsa in strada per una consegna a domicilio - scrive in una nota la Cgil Bari - Alberto era uno dei tanti rider ed è morto durante il suo turno per pochi euro, era uno dei fantasmi emersi dalle maglie del lavoro nero delle consegne a domicilio e spesso schiacciati, alla meglio, da forme di contratto incomplete e ormai obsolete. Siamo stanchi di aggiornare l'elenco dei giovani morti di lavoro, come sindacato rivendichiamo la nostra funzione di contrattazione a tutela dei lavoratori: è necessario che le istituzioni locali facciano fronte comune per chiedere un intervento legislativo a livello nazionale, senza il quale sarebbe difficile cambiare concretamente le condizioni di questi giovani lavoratori. Esiste una proposta di legge sulla sharing economy presentata il 27/01/2016 e un contratto nazionale quello del “Merci e Logistica” che riconosce queste nuove forme di lavoro. Il peso di Regione e comune di Bari, assieme, può convincere il legislatore che è arrivato il momento di favorire un provvedimento organico su questa materia e convincere le piattaforme a sedersi al tavolo del CCNL e concordare le forme migliori di tutela dei lavoratori interessati, la modalità di organizzazione del lavoro, le corrette retribuzioni, le giuste tutele per l'incolumità di chi quotidianamente opera sulle strade delle città, la corretta formazione per la sicurezza, un adeguato investimento sugli strumenti di lavoro, la necessaria tutela sanitaria e professionale".


 

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