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Sabato, 21 Maggio 2022
Economia

Settecento esuberi in cinque anni alla Bosch di Bari, i sindacati: "Inaccettabile, a rischio il futuro dell'intero stabilimento"

La comunicazione, rendono noto le sigle sindacali, è arrivata durante un incontro convocato oggi dalla Regione. Uilm: "Le missioni produttive non diesel saranno in grado di dare lavoro a circa 450 persone, a repentaglio esistenza stessa del sito". Fim Cisl: "Urgente piano di reindustrializzazione"

Settecento esuberi su un organico di 1700 lavoratori, entro i prossimi cinque anni. Sarebbe questa, secondo quanto reso noto dai sindacati, la nera prospettiva che va delineandosi per lo stabilimento Bosch di Bari. "Ma la situazione - dicono i sindacati - è ancora più grave", che, in mancanza di una nuova missione produttiva, vedono a rischio la stessa sopravvivenza della fabbrica barese.

La questione esuberi, come spiegano i sindacati, è emersa nel corso di un incontro tenutosi oggi in Regione. "La Direzione aziendale, nell’incontro convocato oggi dalla Regione Puglia - dichiarano in una nota Gianluca Ficco, segreterio nazionale Uilm, e Riccardo Falcetta, segretario della Uilm di Bari - ha fatto il punto della situazione, su come è stato applicato in questi anni e quali risultati ha prodotto l’accordo siglato nel 2017 e oramai venuto in scadenza. Negli ultimi quattro anni come noto stati utilizzati ammortizzatori sociali che hanno scongiurato i licenziamenti e si è ridotto l’organico esclusivamente con uscite volontarie e incentivate da 1.890 a 1.700 persone". Il nodo riguarda in particolare la specializzazione produttiva dello stabilimento. "Dal punto di vista industriale - proseguono - sono stati attirati nuovi prodotti sia nell’ambito tradizionale del diesel sia in nuovi settori. Ma la continua contrazione del diesel produce tuttora un pesante esubero. Oggi sulle produzioni non diesel, innanzitutto sulla e-bike, lavorano difatti circa 350 persone ed è previsto l’impegno di ulteriori 100. Tuttavia l’80% circa della forza lavoro è ancora impegnato sul diesel, che continua a calare sempre più rapidamente a causa delle disposizioni europee", e che andrà azzerandosi nei prossimi anni. "Alla luce di ciò, la Direzione di Bosch ha annunciato - chiariscono Ficco e Falcetta - che a Bari prevede l’adeguamento dell’organico entro cinque anni a 1.000 persone, con dunque 700 esuberi strutturali. Ma a ben vedere la situazione è perfino più grave, poiché le missioni produttive non diesel assegnate a Bari saranno in grado di dare lavoro a circa 450 persone, mettendo oggettivamente a repentaglio l’esistenza stessa dello stabilimento". "Come Uilm chiediamo a Bosch di adottare finalmente una logica di solidarietà italiana ed europea - rivendicano Ficco e Falcetta - a favore di Bari, poiché nel suo complesso la multinazionale tedesca va bene e sta investendo in nuove tecnologie, solo che lo sta facendo altrove. La solidarietà infragruppo deve servire non solo a portare a Bari lavorazioni che oggi addirittura sono affidate all’esterno, ma soprattutto ad assegnare una missione produttiva adeguata nell’ambito della green economy. Con la Regione abbiamo aperto un tavolo permanente di crisi e siamo d’accordo a contattare sia la casa madre sia il Ministero dello Sviluppo economico. La riconversione dì Bari deve essere una priorità nazionale: se la normativa europea vieterà i motori endotermici e se i soldi del PNRR sono davvero finalizzati alla transizione energetica, allora la priorità assoluta deve essere finanziare la riconversione industriale di grandi fabbriche, come la Bosch di Bari, oggi focalizzate sui motori endotermici".

A chiedere un intervento urgente per garantire il futuro dello stabilimento barese è anche la Fim Cisl, per voce del segretario nazionale Ferdinando Uliano e del segretario generale Fim Cisl Bari Donato Pascazio. "Nello stabilimento di Bari - spiegano in una nota - sono occupati oggi circa 1700 dipendenti distribuiti su 9 diverse tipologie di produzioni, circa l’80% di queste sono legate alle motorizzazioni diesel e benzina. Il 23 giugno 2021, nel primo incontro del tavolo automotive presso il MiSE, come Fim-Cisl abbiamo sollecitato direttamente il Ministro Giancarlo Giorgetti di intervenire immediatamente convocando alcuni grandi gruppi della componentistica dell’auto come: Bosch, Vitesco e Denso, che già avevano esplicitato il rischio occupazionale per oltre 4.000 lavoratori, per costruire, con risorse finanziarie previste per la transizione ecologica, un piano di reindustrializzazione per salvare l’occupazione ed impedire la desertificazione industriale". "Da quella data - proseguono - abbiamo continuato a denunciare questo pericolo chiedendo un intervento diretto, purtroppo inascoltati dal MiSE. Il PNRR mette a disposizione fondi per la transizione e energetica e la mobilità, serve che il governo chiarisca quali potenzialità possono essere messe in campo, nello stesso tempo è indispensabile chiedere alla casa madre Bosch, quali risorse economiche è disposta ad investire su Bari per la riconversione produttiva. E’ necessario aprire un confronto in sede ministeriale per Bosch, con la presenza del Ministro dello Sviluppo Economico, dove il Gruppo deve presentare un piano di reindustrializzazione del plant, che consenta di azzerare gli esuberi denunciati evidenziando gli investimenti e le risorse finanziarie necessarie. E’ altrettanto indispensabile che venga riconvocato il tavolo ministeriale per individuare strumenti e risorse per un settore che è investito da un cambiamento strutturale. Non è più tollerabile - concludono - l’immobilismo delle istituzioni di fronte ad una situazione che sta impattando sul settore con chiusure e licenziamenti. Convocheremo le assemblee per informare i lavoratori per decidere poi le iniziative a sostegno di questa difficile vertenza".

"L'azienda - commentano in una nota congiunta Simone Marinelli, coordinatore nazionale automotive per la Fiom-Cgil e Ciro D'Alessio, segretario generale Fiom-Cgil Bar - ha presentato un piano di richieste da condividere con le organizzazioni sindacali, ma non un piano industriale che partendo dalla valorizzazione della solidarietà produttiva e occupazionale degli stabilimenti italiani si assuma la responsabilità di ridefinire la missione industriale dello stabilimento garantendo la piena occupazione. Bosch Bari si è limitata invece ad annunciare la collaborazione con una società esterna incaricata di sondare il mercato per individuare progetti da sviluppare nei prossimi anni. Questo modo di affrontare la crisi dello stabilimento di Bari per noi è inaccettabile". La Fiom-Cgil ha ribadito all'azienda che "il confronto è possibile, se si condivide l'obiettivo di salvaguardare fabbrica e persone. È fondamentale invertire l'ordine delle priorità comunicate dall'azienda e discutere di un piano industriale vero che metta al centro la riconversione del sito verso produzioni di nuova generazione che offrano un futuro certo agli occupati del sito di Bari. Un nuovo piano di relazioni industriali permetterà di poter discutere di tutti gli strumenti utili ad accompagnare la fase di transizione. Se l'azienda dovesse confermare le direttrici di un piano che stabilisce come priorità il taglio dell'occupazione e del costo del lavoro, come Fiom-Cgil metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per la difesa dell'occupazione. Il governo deve convocare il tavolo di confronto, altrimenti costruiremo un'iniziativa di solidarietà e di lotta con tutti i lavoratori del gruppo e del settore per impedire che i lavoratori di Bosch Bari e dell'automotive paghino il prezzo sociale dell'incapacità del governo di mettere in campo risorse straordinarie sul settore", chiude la Fiom.

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