Sul punto più alto della città vecchia, il Fortino Sant'Antonio Abate, uno dei baluardi che hanno scandito la cinta muraria barese

Situato sul lungomare Imperatore Augusto, di fronte al vecchio porto, ribattezzato Molo Sant’Antonio, il Fortino di Sant’Antonio Abate, insieme a quello di Santa Scolastica, è uno dei quattro baluardi che hanno scandito la cinta muraria barese fino al XIX secolo.

Situato sul lungomare Imperatore Augusto, il Fortino di Sant'Antonio Abate, è il punto più alto della città vecchia. Da qui lo sguardo percorre l'intero tracciato delle mura medievali e il profilo del lungomare risalente alla prima metà del Novecento. Insieme a quello di Santa Scolastica, questo forte rappresenta uno dei baluardi difensivi della città.
Nato in origine come torre di avvistamento sulla parte orientale della penisoletta a triangolo, entro cui è contenuta l'antica Bari, il forte è dedicato a Sant'Antonio per i resti di una cappella che accoglie una statua lignea a lui dedicata.
Il fortino è stato oggetto di restauri e interventi di consolidamento nel corso degli anni. L'aspetto odierno risale alla seconda metà del Cinquecento quando fu riedificato per volere di Isabella d'Aragona. Dopo un lungo periodo di abbandono, il forte è oggi accessibile da via Venezia ai locali del primo piano e dal lungomare Imperatore Augusto ai locali al pianoterra e utilizzato per mostre, dibattiti e incontri aperti al pubblico.

Storia

Fu Roberto il Guiscardo, durante l’assedio a Bari, a voler edificare, nel 1071, una torre di pietra a guardia e protezione dell’antico porto. Una torre che tuttavia iniziò a manifestare segni di cedimento intorno al 1359 minacciando di abbattersi sulla sottostante chiesa, probabilmente dedicata a “San Nicola sul porto” e ricordata in alcuni documenti del 1178 e del 1226. Di questa chiesa, così come anche di una cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, sono stati ritrovati resti (una parete di navata con copertura a cupola centrale, resti di absidi, pavimento e ingresso) inglobati nelle murature del fortino durante i numerosi restauri subiti.
Dopo una serie di interventi di consolidamento, nel 1440 un feudatario locale, tale Caldora, vi edificò nello stesso punto una torre “a guisa di piccolo castello” che, così come tutti i segni “forti” del potere, non fu mai ben vista dai Baresi che, circa un trentennio più tardi, la diroccarono dalle fondamenta.
Fu Isabella d’Aragona, nella sua campagna di restauro e di abbellimento della città vecchia condotta tra il 1501 e il 1524, a prevedere il rifacimento della torre e del suo aspetto originario: fu inserita nel contesto del molo allora impreziosito da una colonna di origini romane acquistata dalla chiesa di San Gregorio de Falconibus. Oggi la colonna è collocata insieme ad altre, ai piedi della prima parte della Muraglia, accedendo da piazza Ferrarese.
Ulteriori opere di restauro furono avviate e condotte dalla Universitas barese nel 1548 fino a dargli, tra il 1560 e il 1578, un aspetto fortificato simile a quello attuale.
A seguito di ulteriori vicende durante il regno di Carlo III di Borbone, nel 1847 la torre fu presa in carico dal sindaco di Bari per poi andare successivamente in rovina.
Soltanto tra il 1994 e il 2000 il Comune, che ne è proprietario, e la Soprintendenza ai Beni Culturali hanno avviato una campagna di restauro sotto la direzione dell’arch. Cusatelli per ridare dignità e valore alla struttura e per restituirla, con uno scopo diverso, ai suoi baresi.

Cultura popolare

Questo edificio sul mare ha svolto negli anni una duplice funzione: quella di osservatorio di protezione contro l’arrivo di eventuali aggressori ma anche quello di chiesa dedicata a santi con funzioni taumaturgiche.
Il nome del fortino deriva da una piccola cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, aperta il 17 gennaio di ogni anno in occasione festività del santo, durante la quale si può ammirare la statua lignea e una lapide con la scritta S. DE FRATR. M. inglobata nel pavimento.
Per i poteri taumaturgici attribuiti al santo è consuetudine che, nella stessa ricorrenza, i cittadini vi portino i loro animali per la benedizione nonché i pazienti affetti da Herpes Zoster, malattia comunemente nota come Fuoco di Sant’Antonio.
Fino ad alcuni anni fa, nella ricorrenza dell’Ascensione, venivano sparate tre salve di cannone per salutare la città di Venezia e l’azione della sua flotta, che nel 1002 aveva liberato Bari dai saraceni. La simpatica cerimonia era detta “della vidua vidua”, forse perché la folla indicava con le parole “la vi, la vi” (in dialetto “la vedi, la vedi”) ognuno dei proiettili che credeva di vedere uscire dal cannone al momento dello sparo (V.A. Melchiorre).

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(Fonte ViaggiareinPuglia e Around.Bari)

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