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Un anno di Covid, il racconto del medico di Malattie infettive: "Dopo doppi turni nelle tute, ferisce vedere negazionisti"

Professoressa associata, ha vive in prima linea la battaglia contro il Covid nella clinica di Bari, la prima ad aver accolto un paziente contagiato:"Abbiamo bisogno di supporto reale non di applausi sui balconi"

“Se ci si lamenta di non poter fare l’aperitivo e noi è un anno che lavoriamo nelle tute sentiamo il venir meno del supporto della gente: vediamo la verità, ciò che accade, e il negare il dramma ci ferisce”.

Annalisa Saracino è professoressa associata di malattie infettive al Policlinico di Bari. La clinica dove lavora è stata la prima linea nella battaglia contro il Covid. La prima ad aver accolto un paziente contagiato.

A un anno dall’inizio dell'emergenza, cosa ricorda di quei momenti?

“Il primo marzo è passato un anno esatto, ce lo siamo detti tra i colleghi, ricordando le paure e l’adrenalina di quei giorni. Il primo paziente risultato positivo era un uomo, piuttosto giovane, sulla quarantina, un militare che si era contagiato fuori regione. Di quella sera ricordo che avevamo finito il giro dei pazienti e che appena svestii la tuta vidi sul telefono le chiamate della professoressa Maria Chironna, responsabile del laboratorio di Epidemiologia: mi avvisava che uno dei casi sospetti era risultato positivo. Di lì capimmo che da quel momento in poi si faceva sul serio”.

Cosa provaste in reparto in quel momento?

“Predominava l’adrenalina, data anche dalla paura, oramai superata dalla consapevolezza. Di casi sospetti ne avevamo avuti diversi ma quello fu il primo accertato. Il paziente aveva tutti i sintomi tipici, a cominciare da febbre e tosse. La situazione rimase comunque sotto controllo e fu sufficiente il semplice in monitoraggio. Oggi sta bene. Ma da quel giorno fu un continuo crescendo, passammo da due moduli dedicati nella nostra clinica all’intero padiglione Asclepios. Oggi i pazienti sono dislocati e ne abbiamo un numero prefissato, ma la nostra sensazione è che i casi tornino ad aumentare, negli ultimi giorni siamo sempre pieni”.

Se pensa a quei giorni e tutto ciò che è accaduto dopo quale immagine le viene in mente?

“Quella di un treno in corsa che non si riesce a fermare e rischia di andare a sbattere contro un ostacolo. Era la paura e l’adrenalina per l’attesa, per quello che ci aspettavamo visto ciò che stava accadendo a Bergamo e nel resto della Lombardia. Poi è emersa la determinazione di affrontare la situazione, quella per un’esperienza dura ma che ci ha bruscamente messo difronte a delle scelte. Per i colleghi anziani è stato un tornare indietro negli anni per i più giovani invece un percorso di maturazione a tappe forzate”.

Adesso invece com’è il vostro approccio?

“È differente. Ora la difficoltà è reggere con le energie e la tensione a lungo, un problema di resistenza nel tempo, ancora più difficile per la stanchezza che ci portiamo addosso. Ma c’è ancora la nostra determinazione perché sappiamo che la popolazione punta su di noi. È ciò che ci dà la forza, quello chi ci fa andare avanti, quando una persona ti guarda, ti chiede aiuto e si affida a te”.

Ci sono casi di pazienti che le sono rimasti impressi?

“In assoluto quello del primo paziente morto, un ragazzo che aveva delle patologie, figlio di un collega. Era un caso complicato in un momento in cui avevamo un’esperienza limitata della malattia. Il padre è una persona splendida. Fu discreto, cercava di sostenerci, e quando abbiamo purtroppo perso il figlio fu lui a incoraggiarci, a dirci che doveva andare così. Io dovetti dargli la notizia ma fu lui a sostenere me, da medico e collega non voleva che perdessimo fiducia per andare avanti. Vennero poi i giorni dei contagiati delle Rsa. Morivano molti anziani ma alcuni anche 90enni ce la facevano. Ho anche ricordi più leggeri, di pazienti che ci hanno espresso gratitudine. Un signore statunitense ricoverato perché in vacanza qui da noi dopo essere guarito ci ha regalo delle bottiglie di vino spedite dagli Stati Uniti”.

Cosa la ferisce di più di ciò che accade?

“La mancanza di supporto reale. Nei primi mesi ci fu un supporto emotivo, con tutta la comunità unita che si affidava al nostro lavoro. Ma ora, a distanza di un anno, segnaliamo ancora l’aumento dei casi e non abbiamo più bisogno di applausi dai balconi. Se chiamiamo l’amministrazione pubblica per una procedura che riteniamo necessaria chiediamo solo che non ci siano rallentamenti, non si può dire che non ce la si fa, che non si ha il tempo per farcela, per riparare una strumentazione: noi abbiamo affrontato turni doppi per rispondere alla pandemia”.

La speranza è data dai vaccini

“Per me riceverlo è stato il giorno più bello dell’anno, un giorno luminoso capitato casualmente il 31 dicembre.  È stato come vedere aprirsi una luce di speranza anche in anticipo rispetto alle previsioni. È stato il cambio di prospettiva non solo personale, egoistico, ma globale, complessivo: la scienza ha dato la risposta che serviva”.

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