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Un anno di Covid, l'ex direttore 118 Dipietro: "Mancavano le mascherine ma salvammo persone di Bergamo"

In pensione da un mese per raggiunti limiti di età il responsabile della centrale operativa del Policlinico di Bari racconta l'esperienza in prima linea che l'ha portato a posticipare la buonuscita: "Era una valanga"

“Era difficile vestirsi, ma soprattutto svestirsi dopo gli interventi, e cambiare la mentalità di ognuno di noi”.

Siciliano di Noto, in pensione da un mese, dopo aver compiuto 70 anni, Gaetano Dipietro dal 2007 è stato direttore del 118 al Policlinico di Bari. Arrivato in Puglia nel 1980 come anestesista rianimatore ha iniziato a lavorare per la centrale operativa nel 2002. E ha rimandato di un anno la sua buonuscita per dare il suo contributo all’emergenza Covid.

Dottore, a distanza di un anno che ricorda di quei giorni?

“Avevamo la sensazione dell’incapacità di gestire una marea montante di chiamate e mobilitazione di mezzi di soccorso. Avevamo difficoltà a reperire le mascherine, come del resto gli altri dispositivi di protezione individuale. Si trovavano solo le mascherine chirurgiche che non erano adeguate per il nostro tipo di intervento. Sapevamo ancora poco di questa malattia e tutto il sistema andava riorganizzato. Sapevamo quello che sentivamo dai telegiornali e dalla stampa, per questo iniziavamo a temere quando soccorrevamo i pazienti con determinate sintomatologie. Eppure, i primi casi li abbiamo trattati come semplici sindromi influenzali, eravamo oggettivamente impreparati”.

Cosa è dovuto cambiare e come?

“La macchina non era oleata. Si pensi al nostro sistema di arrivo al pronto soccorso, era quello consueto, così come la presa in carico del paziente. Non c’erano ancora percorsi separati e reparti specializzati, prima che venissero attivati nella clinica di malattie infettive. Le modifiche non si possono fare dall’oggi al domani. Hanno coinvolto tutto il sistema regionale, non una parte. È cambiato il modo di approcciare la tipologia di pazienti, a partire da chi non li vede e tocca materialmente della centrale operativa”.

Che accadeva al suo interno?

“Si pensi al fatto che una chiamata del cittadino che avvertiva di avere febbre a 38 e tosse prima dell’epidemia, poi diventata pandemia per la diffusione in tutto il mondo, veniva rapidamente indirizzata come chiamata non di pertinenza e rimandata al medico di medicina generale. Non era contemplato neanche assumere informazioni su febbre, tosse e sintomi. Dopo l’ufficializzazione dell’emergenza, seguendo direttive internazionali e nazionali è cambiato anche l’approccio telefonico, andando a cercare i sintomi presenti nella maggior parte dei casi. La prima domanda era diventata come un manthra: ‘Lei ha la febbre?’”.

Quali altre difficoltà ci sono osate nella sala operativa?

“Sembra una cosa di poco conto, ma anche un solo contagiato poteva mandare in tilt il sistema. Il numero verde a marzo fu preso d'assalto, un cittadino che ha paura si attacca a ciò che conosce. Eravamo tempestati di chiamate. Siamo passati da 900 circa nei primi dieci giorni dell’epidemia a 2 mila 500 telefonate quotidiane. La situazione poi pano piano si è normalizzata ma si viaggiava comunque sulle 1.500 chiamate giornaliere, un numero molto elevato. Abbiamo dovuto rafforzare la dotazione di personale, ma non era semplice recapitarne, perché si tratta di un lavoro in cui è necessario avere conoscenza dei sistemi informatici e delle procedure utilizzati. Non si poteva spostare un infermiere o un operatore da altri settori. E poi c’erano altre difficoltà”.

Ce le può raccontare?

“Se un cittadino chiama e segnala un incidente stradale, ci indica in pochi istanti luogo, tempo, persone coinvolte. Con il Coronavirus cambia tutto, la singola chiamata dura molto di più, per avere notizie se ne vanno via diversi minuti, si occupano linee di emergenza con conversazioni più lunghe, spesso non per esigenze reali. Per la paura molta gente si allarmava al minimo sintomo. Per questo per la seconda ondata abbiamo dovuto rafforzare le postazioni”.

Che accadeva quando avevate un caso positivo tra voi?

“Per la centrale operativa è traumatizzante, perché con un positivo tutti quelli impegnati nel turno, una quindicina, vanno in quarantena, dimezzando di fatto la forza lavoro in grado di rispondere alle chiamate”.

E tra chi andava in ambulanza?

“Nei mezzi di soccorso sappiamo che si rischia di più, quindi c’era e c’è più attenzione. È capitato in alcune giornate che il 10 per cento delle ambulanze fossero inutilizzabili, ma il contagio coinvolge un numero ristretto di operatori. Abbiamo attraversato comunque momenti critici, con le file delle ambulanze per sbarellare i pazienti e i tempi allungati dalle procedure delle sanificazioni di volta in volta. Però siamo orgogliosi come sistema tutto di aver dato il nostro contributo nella prima fase anche nell’assistere qualche decina di persone provenienti da Bergamo, città in piena emergenza, o dall’Albania. Segno che il servizio sanitario nazionale è unico, la sanità è garantita a tutti, ogni vita è preziosa e si fa di tutto per salvarla. Si organizzavano i voli militari e il nostro sistema si attivava per accogliere questi pazienti gravi e curarli nelle nostre strutture. Non era facile, per ogni trasporto si mobilitavano un centinaio di persone”.

Ci sono casi che ricorda rispetto più degli altri?

“Partiamo dal presupposto che organizzare quei trasporti con l’Aeronautica militare erano necessarie cellule ad alto bio contenimento. SI pensi a un paziente che deve essere trasportato da un ospedale della Lombardia in Puglia, operazione tutt’altro che facile. Sono persone ad alto rischio che hanno bisogno di una grande quantità di ossigeno e con le quali non è possibile perdere neanche un minuto. Ricordo un uomo e una donna di circa 70 anni arrivati in condizioni critiche, lui appena sbarcato all’aeroporto ebbe un arresto cardiaco e, purtroppo, non ce la fece, lei riuscimmo a salvarla. O un 57enne, sempre arrivato da Bergamo, curato prima al Miulli e poi al centro Maugeri dove ha fatto la riabilitazione. È stato in Puglia quasi due mesi e ci ringrazia ancora, siamo rimasti  in contatto. Non abbiamo un sistema perfetto ma il cittadino ha imparato a conoscerlo anche per la sua efficienza”.

Non è più in prima linea per raggiunti limiti di età, cosa lascia alle sue spalle?

“Una grande esperienza umana e professionale, che ci ha portati lo scorso anno ad agosto a formare medici e infermieri in Albania, con un progetto al quale ha aderito la Regione Puglia. Eravamo avanti a loro nella lotta al virus e li abbiamo aiutati con la formazione, facevamo base all’ospedale Covid di Tirana ma abbiamo girato strutture ospedaliere in tutto il Paese. Posso dire che rispetto a un anno fa ora abbiamo la speranza dei vaccini. Non sono sufficienti però siamo convinti che aumentando l’offerta si alimenti la speranza per tutti. È l’unica che abbiamo, a patto di non mollare la mascherina, perché è una barriera che poniamo tra noi e il virus ed è fondamentale. Il vaccino ci darà poi la marcia in più per vincere questa battaglia”.

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